Delitto di Pierina, la criminologa Bruzzone: «Ora si indaghi altrove»

«Scalare l’Everest, arrivare in cima e godersi il panorama. È esattamente così che mi sento». Non nasconde l’enorme soddisfazione la criminologa Roberta Bruzzone, consulente della difesa, all’indomani dell’assoluzione di Louis Dassilva. Per il collegio difensivo, la sentenza è il coronamento di un lavoro meticoloso, volto a smantellare un impianto accusatorio ritenuto, fin dal principio, privo di fondamenta solide.

«Abbiamo costantemente ribadito come gli elementi indiziari a carico di Louis fossero estremamente friabili - spiega la criminologa -. Abbiamo proceduto a smontarli pezzo dopo pezzo, colpo su colpo. L’assoluzione è piena, per non aver commesso il fatto. Siamo in attesa di leggere le motivazioni del giudice, ma la nostra tesi è sempre stata chiara: le dichiarazioni di Manuela Bianchi erano labili, prive di solidità. A quanto pare, siamo riusciti a sgretolarle completamente davanti alla Corte».

La fragilità dell’accusa

Il perno attorno a cui ruotava l’intero impianto accusatorio - ovvero le testimonianze di Manuela Bianchi e la sua relazione sentimentale con Louis - si è rivelato il punto di cedimento fondamentale. «Fin dall’inizio - prosegue la criminologa - abbiamo cercato di sollevare obiezioni basate esclusivamente su evidenze oggettive. Il rischio che un innocente potesse pagare per un crimine non suo era concreto e il nostro compito è stato quello di riportare il processo sul binario dell’obiettività, mettendo in discussione un racconto che abbiamo sempre considerato privo di riscontri fattuali».

Tra gli snodi cruciali che, secondo la Bruzzone, hanno condotto alla sentenza assolutoria, figurano elementi tecnico-comportamentali precisi. «L’assoluzione poggia su una miscela di elementi chiari: l’impossibilità di collocare Louis sulla scena del crimine, la totale inconsistenza di un movente, la figura controversa della Bianchi, caratterizzata da continue ritrattazioni e infine un’attenta lettura comportamentale dell’intera dinamica delittuosa».

L’ipotesi alternativa del delitto

Questa analisi aveva già portato la consulente, durante il processo, a ipotizzare la presenza di due soggetti, altri rispetto a Louis, sulla scena: l’esecutore materiale, riconducibile a una figura maschile, e una seconda persona - «probabilmente una donna, maniaca dell’ordine» - che avrebbe gestito la salma, lasciando una sorta di «firma psicologica» legata a un profondo rancore, estraneo al rapporto tra Dassilva e la vittima.

Oggi, a sentenza avvenuta, lo sguardo della difesa è rivolto al futuro dell’inchiesta. «Speriamo che a questo punto la Procura di Rimini volga altrove l’attenzione delle indagini - conclude la criminologa -. Se questo avverrà o meno, lo scopriremo».

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