A poco più di un anno dai fatti di Capodanno di Villa Verucchio, il maresciallo dei carabinieri Luciano Masini rompe il silenzio e lo fa durante la trasmissione “Diritto e rovescio” su Rete 4. Il comandante della stazione è così tornato su ciò che accadde quella sera, quando sparò e uccise il 23enne egiziano Muhammad Sitta, che qualche minuto prima aveva accoltellato quattro persone lungo le strade del paese. Per quella vicenda Masini era stato indagato per eccesso colposo di legittima difesa, salvo poi essere prosciolto dal gip del Tribunale di Rimini che, durante le indagini preliminari, archiviò la posizione del maresciallo, ritenendo la sua condotta necessaria e non evitabile e legittimo l’uso della sua pistola d’ordinanza.
«Se fossi arrivato sul posto tardi, mi sarei trovato delle persone aggredite che, forse, non ci sarebbero più state. Quello sarebbe stato un peccato e forse avrei fallito nella mia professione» ha spiegato Masini. «Sono molto contento della Procura che ha potuto vedere e valutare completamente il mio operato con tutte le indagini del caso e, alla fine, ha ritenuto corretta la mia posizione. Dopo quanto successo, per la mia professione non è cambiato nulla».
Il maresciallo ha poi ripercorso quanto accaduto quella sera. «Siamo intervenuti subito alla notizia del primo ragazzo accoltellato e abbiamo incontrato la coppia di anziani aggredita», ha raccontato. «L’uomo ci ha detto che un giovane nordafricano gli si era avvicinato in modo un po’ losco per poi scagliargli un primo fendente che lo ha sfiorato al collo. Un secondo ragazzo, invece, era stato colpito. Un collega poi ci ha informati di dove si trovasse l’aggressore e che era in mezzo alla gente armato di coltello. Ci siamo precipitati e ho visto un giovane che veniva verso di me col coltello in mano. Gli ho urlato di gettarlo, ma ho capito subito, vedendoglielo brandire con forza, che non lo avrebbe fatto. Allora ho iniziato a parlargli normalmente, cercando di instaurare un rapporto con lui e dicendogli di buttare il coltello, sennò non ne sarebbe uscito vivo; altrimenti, se l’avesse fatto, non gli sarebbe successo nulla. A quel punto scese anche la mia collega, ma si trovava in una posizione svantaggiosa, con lui che la guardava molto male. Così ho deciso di sparare un primo colpo a terra come avvertimento, mentre lui non mi toglieva gli occhi di dosso, iniziando a parlare in una lingua a me incomprensibile che poi abbiamo scoperto essere una preghiera di ringraziamento. Allora ho sparato un secondo colpo a terra e lui è partito per aggredirmi, così ho fatto fuoco».
Il giorno dopo, «quando mi sono svegliato sapendo di essere indagato per omicidio colposo, ero sereno, ma mi sono domandato: come posso dimostrare quello che è successo? Chi mi crederà? Mentre sparavo mi sono preoccupato di non colpire nessuno di quelli che si trovavano per strada, poi ho avuto la fortuna immensa che le tante persone che hanno assistito alla scena sono subito venute da me per dirmi che erano pronte a testimoniare».