Ungaro: «Ravenna e la Romagna non sono immuni dalla mafia»

Domani in tutta Italia si celebra il trentennale della strage di Capaci, attentato mafioso nel quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, e gli uomini della scorta. A Russi è prevista una manifestazione a cui parteciperà fra gli ospiti Donato Ungaro, giornalista che ha raccontato le infiltrazioni mafiose della ‘ndrangheta a Brescello, primo comune in regione sciolto per mafia nel 2016, e che nella veste di vigile urbano ha difeso il rispetto della legalità perdendo ingiustamente il posto, come ha dimostrato la Cassazione, e rischiando la vita, come è emerso nel corso del processo Aemilia.

Per la strage di Capaci qual è il valore della memoria e come si fa a tenere lontano la retorica?

«In Italia abbiamo bisogno di simboli ma questo rischia di diventare un grosso guaio per la legalità. L’automobile dell’attentato di Capaci gira nelle scuole in una teca. Ma bisogna fare attenzione a non chiudere in una teca anche Falcone e Borsellino che morì pochi mesi dopo. Dobbiamo perpetuare la memoria, ma il 23 maggio va celebrato tutto l’anno, non deve diventare mai un esercizio retorico per ricordare un evento tragico. Ogni volta che chiediamo la fattura o lo scontrino ricordiamo Falcone e Borsellino e rispettiamo la legalità, di lì discende il contrasto alla criminalità organizzata».

Le infiltrazioni mafiose sono presenti anche in regione come dimostrano tante inchieste e il processo Aemilia. Come si riconoscono i segnali?

«Nel corso del processo Aemilia un pentito ha raccontato che ha smesso di spacciare droga perché il sistema delle false fatturazioni rendeva molto di più. Il benessere attira anche la criminalità e sono tanti gli imprenditori in difficoltà che hanno chiesto aiuto alle persone sbagliate. Ecco bisogna arrestare la domanda, non deve essere conveniente rivolgersi alla criminalità. E in questo le associazioni di categoria possono fare molto. Un capannone bruciato per me è già un segnale di contiguità».

Si dice che qui il tessuto sociale ed economico ha gli anticorpi per contrastare la criminalità mafiosa, è così?

«Non è vero. Dobbiamo avere prima coscienza di avere la malattia. Nelle scuole quando si raccontano i fenomeni criminali si parla della mafia in Sicilia, ma sempre più spesso registriamo episodi di intimidazione gravi nella nostra regione come nel nord Italia, che però cadono nell’indifferenza generale».

Negli appalti delle opere pubbliche si affacciano sempre più spesso soggetti imprenditoriali poi colpiti da interdittive antimafia, in città ne abbiamo esempi recenti. È una presenza ormai pervasiva?

«Il sistema degli appalti va rivisto, è facile per aziende di un certo tipo muoversi tra i bandi della pubblica amministrazione. A Reggio Emilia, per esempio, molte aziende poi colpite da interdittiva erano intestate a soggetti emiliani romagnoli con relazioni con la criminalità. Il sistema normativo deve prevedere che le aziende partecipanti siano passate a raggi X prima dell’aggiudicazione, come è avvenuto per la ricostruzione a seguito del terremoto Emilia. Quel sistema deve essere esportato. L’ingresso nella white list non può essere ottenuto con un’autocertificazione».

La sua storia è stata raccontata dal Teatro delle Albe in due spettacoli, com’è nata la collaborazione che è costata una querela a Marco Martinelli e a Ermanna Montanari da parte dell’ex sindaco di Brescello Ermes Coffrini?

«Il gruppo dello Zuccherificio mi assegnò il mio primo premio. Grazie a Massimo Manzoli, Martinelli ha saputo di me. Così sono nati prima, “Saluti da Brescello” e poi “Va Pensiero”. Le denunce, voglio ricordare, sono state archiviate».

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