Quando Piero Pasini disse: “Io sono il forlivese che ama più Rimini. A Forlì se vinci sei un idolo, se perdi sei una m...”

Basket

Riproponiamo l’intervista a Piero Pasini, scomparso oggi a 82 anni, pubblicata dal Corriere Romagna il 26 marzo 2007.

Pasini, si ricorda il suo debutto da allenatore?

«Come no, era la stagione 1968-’69. Studiavo all’Isef e la molla scattò grazie al maestro Averardo Picci, che voleva avviare il basket a Forlimpopoli, spinto dalla passione del figlio Mauro. Mi affidarono la squadra femminile, categoria Cadette, e da lì in poi non ho più smesso».

Lei però non nasce come uomo di basket.

«Giocavo a rugby, la mia passione. Sono contento che sia esploso a livello nazionale, perché il rugby è uno sport con dei valori, uno sport vero dove non puoi bleffare».

In che ruolo giocava?

«Terza linea. Sei anni splendidi in serie B tra Cus Bologna, Modena e Feltre».

Ha diretto il suo primo allenamento poco meno di 40 anni fa. Quale è la molla che la spinge ancora ad andare in palestra?

«Io ho sempre coltivato la passione di fare l’istruttore, allenare è bello perché porta allo studio dello sport e degli uomini».

Rispetto ai suoi inizi, è cambiata l’influenza dell’allenatore in una squadra?

«Il basket resta uno sport che va studiato, programmato e insegnato, però la figura del tecnico ha meno peso rispetto al passato. Ora chi ha buoni tiratori vince e chi non li ha perde. Chi ha grandi atleti vince e chi non li ha perde».

E’ più difficile insegnare qualcosa ai giovani rispetto a 20 anni fa?

«Oggi è tutto diverso: 20 anni fa per un giovane essere l’11º o il 12º in serie A era una gratificazione. Ora già fare l’ottavo-nono della rosa crea delle lamentele. Il problema viene anche dalla gestione dei vivai: una volta si facevano le “leve”, uno non pagava per giocare e un allenatore era libero di scegliere o scartare. Ora tutti pagano e quindi tutti vogliono andare avanti».

Negli ultimi mesi in Romagna si sono verificati episodi di aggressioni agli arbitri nei campionati giovanili di basket. E’ un fenomeno che è sempre esistito oppure la situazione è peggiorata?

«Secondo me è un fenomeno che è sempre esistito. Il problema di fondo è la cultura che le famiglie trasmettono ai figli. Torno al rugby: il genitore del giocatore di rugby non dice mai al figlio: «E’ colpa dell’allenatore», ma gli dice: «Impegnati di più». Negli altri sport invece prevale l’iper-protezione verso i figli. Ma non crediate che questo sia un male solo dello sport: anche nel mondo del lavoro la prima domanda che si fa è: «Quanto mi dai?» e quello che si può offrire alla propria squadra passa in subordine».

La Juventus gioca in serie B e Deschamps allena Del Piero. Lei a Rimini allenò Carlton Myers in B. Fu difficile gestirlo?

«Carlton è un talento e il talento va evidenziato, premiato, messo in rampa di lancio. Il problema di una squadra spesso non è la gestione del singolo giocatore di talento, ma la gestione dei mezzi giocatori attorno a lui. Certo, di una stella devi accettare qualche vizio o qualche cattiva abitudine, ma nelle squadre la manovalanza deve esaltare il designer. Credo che succeda così anche nel calcio».

Lei ha lasciato un segno importante in piazze come Rimini, Forlì, e Faenza. Che differenze ha trovato nei rapporti con la gente?

«Il riminese ha una cultura diversa dal resto dei romagnoli. Il riminese è più mitteleuropeo, più distaccato, meno provinciale. A Rimini si vive bene, benissimo e la gente affronta le cose di tutti i giorni con un certo stile».

A Forlì invece?

«I forlivesi sono più sanguigni, nello sport vivono di passioni intense, di fiammate. Detto brutalmente, a Forlì se vinci sei idolatrato, se perdi sei una merda».

Passiamo a Faenza.

«A Faenza c’è un bel modo di vivere lo sport e il basket. La gente vive le cose con il giusto distacco, ma ama la pallacanestro femminile e credo proprio che quest’anno la società si toglierà delle grandi soddisfazioni».

Lei forse è il forlivese più amato a Rimini.

«Di certo sono il forlivese che ama di più Rimini. Ma volete sapere la vera differenza tra la gente di Forlì e quella di Rimini?»

Prego.

«Prendiamo un Enrico a caso che va a passeggio per Rimini insieme a una donna. Il riminese torna a casa e dice: «Sai, oggi ho visto Enrico che passeggiava con una donna», poi cambia discorso e passa ad altre cose. Se Enrico cammina con una donna a Forlì, il forlivese torna a casa e dice: «Pensa te, ho visto Enrico che camminava con una che è la cognata dell’amante dello zio del cognato...». A Forlì si ama la chiacchiera, quella che in trevigiano sarebbe la ciàcola».

Lei ha alternato squadre maschili a squadre femminili. Quali sono le differenze di approccio per un tecnico?

«Se la società e lo staff funzionano, non ci sono grandi differenze. Tra basket maschile e femminile la vera differenza sta nei ritmi di gioco, per il resto il basket resta sempre il basket».

Chi digerisce meglio un suo urlaccio: un giocatore o una giocatrice?

«In questo con gli uomini è più facile. L’uomo lascia scivolare via in fretta un rimprovero, la donna è più permalosa e le gelosie nascono più facilmente in uno spogliatoio femminile».

Lei ha allenato in tutta Italia, da Bolzano a Brindisi.

«Mi manca la Sicilia, poi il mio Giro d’Italia sarebbe completo».

Come è riuscito a conciliare il lavoro con la vita familiare?

«Ho fatto lo zingaro fino a 33 anni, poi ho dovuto fare scelte importanti. Da quando sono rimasto vedovo mi sono dedicato con tutto me stesso a mia figlia Monica (nata nel 1976, ndr) e dal 1983 al 1993 ho praticamente lavorato solo sulla via Emilia. Rimini, Forlì, Reggio Emilia: ha fatto eccezione una breve parentesi a Brescia».

Eppure lei a metà anni ’80 dopo i fasti di Rimini era uno dei primi cinque allenatori italiani. Rinunciò a offerte importanti?

«Sì, dissi di no a Varese, a Siena e anche a Trieste, che poi dirottò su Tanjevic (futuro ct azzurro, ndr)».

Sono state scelte dolorose?

«No, più semplicemente sono state scelte che dovevo fare. E ora me la spasso con il mio nipotino Gregorio, che ha cinque mesi».

Ci dà una sua definizione del concetto di cultura sportiva?

«La cultura sportiva di un giocatore è la conoscenza del lavoro. Un atleta ha cultura se si conosce a livello di qualità, limiti, margini di miglioramento. Per il tifoso invece la cultura sportiva è poco definibile, perché il tifoso riceve un bombardamento mediatico che spesso porta a pressioni dannose. Io però vorrei sottolineare un altro problema dello sport moderno».

Quale?

«Vedete, la cultura sportiva è strettamente legata all’educazione e alla sensibilità della persona, ma io da allenatore vedo grosse carenze a livello di umiltà. Oggi è più facile essere presuntuosi che modesti e l’umiltà è diventata merce rarissima».

Lei cita spesso il modello della Nba per allevare i nuovi talenti.

«Nel basket americano le società ingaggiano i grandi giocatori di colore del passato perché si facciano carico della gestione di ragazzi difficilissimi. Negli Usa ci sono talenti incredibili ma con una storia sociale complessa, inimmaginabile per noi. Ma con i “grandi vecchi” hanno dei modelli positivi da imitare, anche perché spesso sono le uniche persone che questi ragazzi rispettano per davvero».

E’ un modello esportabile anche in Italia?

«Mi piacerebbe che lo diventasse, rivalutando così l’esperienza di tanti vecchi campioni. Nel mondo l’esperienza è un capitale, una risorsa, da noi invece troppo spesso uno di una certa età ha un’unica etichetta».

Quale etichetta?

«Quella di rincoglionito».

Chi sono gli sportivi che ammira di più?

«Sono un fanatico di Carlo Mazzone, poi stravedo per Dino Meneghin, che quando mi vede mi chiede sempre se sono ancora arrabbiato per l’arbitraggio di un Marr Rimini-Simac Milano di vent’anni fa. Poi Julio Velasco e anche il presidente del Coni Gianni Petrucci: mi sembra una persona che ha fatto una bella carriera senza porsi con arroganza».

Che rapporto ha con la politica?

«Nasco repubblicano, anche se a suo tempo mi ha affascinato Craxi».

Se non avesse lavorato nel basket, cosa avrebbe fatto?

«Il medico o il pilota d’aereo, nonostante ancora oggi volare mi terrorizzi».

Quali letture preferisce?

«Wilbur Smith e John Grisham, ma se devo scegliere un libro che mi ha catturato, scelgo il Piccolo principe».

In generale ha avuto feeling con la stampa?

«Ricordo scontri epici con i giornalisti di Reggio Emilia e anche una mia “irruzione” alla Gazzetta dello Sport nel 1976, quando allenavo a Vigevano. Ero incavolatissimo con alcuni giornalisti, ma mi sentii rispondere: «Se non ci racconti le cose come stanno, come puoi pretendere che le capiamo?». Avevano ragione loro e da lì in poi ho cambiato atteggiamento, nel rispetto del lavoro di ciascuno, ovviamente».

Lei che ha girato tutta Italia, conferma che la Romagna è speciale o lo diciamo solo noi da veri provincialoni?

«No, qui si vive davvero bene, per un motivo semplice: la gente è buona, ci sono tante brave persone. La Romagna è equilibrio, è serenità, è tranquillità, è qualità della vita».

L’imolese è emiliano o romagnolo?

«Sto cominciando a conoscerlo, direi decisamente più romagnolo».

Quale è stata la vittoria che non dimenticherà mai?

«Una che conoscono in pochi: lo scudetto Allievi nel 2002 alla guida di Olbia. Un giocatore di 2 metri, il resto dei nani. E tutti sardi».

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