Rimini, quando Wojtyla si “invitò” al Meeting: “Ci aprì gli orizzonti”

Rimini

RIMINI. Una grande sorpresa che segnò il cammino del Meeting. Nel 1982 Papa Giovanni Paolo II arrivò a Rimini per la terza edizione. Emilia Guarnieri era la responsabile culturale di quelle giornate (dal 1993 al 2020 è stata anche presidente dell’Associazione Meeting) e ricorda quel giorno vissuto con l’attenzione del mondo puntata addosso quando Wojtyla arrivò a Rimini.

Lo avevate invitato?

«Fu lui che decise di venire. Era giugno e arrivò una telefonata dalla Segreteria di Stato al vescovo di Rimini, monsignor Giovanni Locatelli. Dissero: il Santo Padre intende venire al Meeting e vuole anche celebrare messa per la Diocesi, tra l’altro il 29 di agosto. Noi finivamo il 28. Perciò la prima cosa da fare fu di spostare la chiusura di un giorno».

Ve lo aspettavate?

«Assolutamente no. In quel periodo, se non ricordo male, era prevista una sua visita in Polonia che poi fu annullata credo per motivi politici. Così decise di venire da noi».

Chi organizzava il Meeting in quegli anni?

«Io ero la responsabile culturale. Mio marito Antonio era il presidente. Ma c’erano anche Nicola Sanese, Mimmo Pirozzi, don Giancarlo Ugolini... Questo era il gruppo di amici, insieme ad altri, tra cui Marco Ferrini, che aveva condiviso l’origine del Meeting».

Come fu gestita questa accoglienza in una città che in fondo era da decenni amministrata da sindaci comunisti?

«Il sindaco Zeno Zaffagnini tenne a battesimo il Meeting dalla prima edizione e io continuo a dire (salvo smentite che non ho mai avuto) che moltissimo della possibilità di realizzare il Meeting fu dovuta a Zeno. Fu dovuta alla sua apertura, alla sua lungimiranza e alla sua cordialità».

Non eravate preoccupati?

«Certo, non era un’accoglienza semplice e i tempi erano strettissimi. Due anni prima c’era stato l’attentato. Ci siamo subito messi all’opera nel senso di pensare ovviamente con il vescovo a come fare anche perché noi un’idea l’avevamo».

E cioé?

«La nostra idea fissa era quella di far passare il Papa negli stand, tra la gente, prima del suo intervento pubblico. Volevamo che incontrasse gli addetti alle mostre, quelli ai servizi di cucina, al servizio di accoglienza...Ci tenevamo tantissimo perché da sempre abbiamo vissuto il Meeting come un luogo di accoglienza, di rapporto, di amicizia, quindi che il Papa visitasse il luogo e le persone che erano dentro il luogo per noi era importantissimo. Così riuscimmo a convincere monsignor Monduzzi (era il responsabile delle visite fuori del Vaticano) e che da principio non aveva la nostra stessa idea. Poi c’era il nostro vescovo che era preoccupato della tempistica. Rispettammo i tempi».

Che giri fece?

«Arrivò all’aeroporto nella seconda parte del mattino. Passò all’Arco d’Augusto dove incontrò le istituzioni politiche. Poi mi sembra andò a mangiare al seminario. Alle 14 scese da noi in fiera. Poi tenne quella bellissima messa sul porto nell’ora del tramonto e ripartì».

In fiera come si mosse?

«Era bello vispo nonostante i postumi dell’attentato dell’81. Fece il suo giro negli stand, si diresse verso il salone che all’epoca era dall’altra parte della strada e si attraversava un tunnel sopraelevato. Arrivati lì uno che allora aveva una grossa parte nell’organizzazione, che era Sanese, mi disse: “Guarda che di sotto c’è un sacco di gente che non lo vedrà mai, perché non lo fai affacciare dal terrazzo della fiera”? Allora io velocemente segnalai la cosa al Papa e lui si affacciò e disse loro: “Si può fare comunione anche fuori dal salone”».

E nel salone?

«Nel salone trovò tra gli altri don Giussani che era in prima fila e gli si inginocchiò davanti e c’è una foto stupenda che lo ricorda. Giovanni Paolo ovviamente lo conosceva...Poi salì e fece il suo intervento».

Quanto durò?

«I tempi classici di allora, 35-40 minuti. Ci fu la diretta sulla Rai. Volevamo fare qualche domanda ma la cosa non era stata definita fino in fondo. Così mi avvicinai e glielo chiesi. Lui acconsentì. Facemmo una, due, tre domande. Pensava fosse finita, gli dissi che c’era una quarta domanda. “Mi avevano detto che sarei venuto a parlare”, disse, “non che mi avreste interrogato”. Ma quella quarta domanda era molto importante».

Perché?

«Gli chiedemmo in che modo il Meeting contribuisse alla missione della Chiesa. “Con il vostro Meeting”, rispose ma in maniera più articolata, “voi rendete presente e concreta l’esperienza cristiana”... Ci fece capire che il Meeting poteva contribuire a costruire la civiltà della verità e dell’amore, perché il grande tema è stato questo, perché alla fine lui ha concluso il suo intervento dicendo: “Costruite senza stancarvi mai la civiltà della verità e dell’amore, lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo, c’è proprio un compito: è la civiltà della verità”. Ci ha aperto gli orizzonti. Un messaggio che ancora oggi è più attuale che mai e non solo per i cristiani».

E adesso?

«Sono certa che la visita di Papa Leone sarà un altro momento importante per rilanciare il compito del Meeting».

Papa Leone XIV a Rimini nell’agosto 2026, l’annuncio

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