Rimini e il calcio del vigile che fa tendenza. La psicologa: “Confondiamo il comprendere con il giustificare”

Il video dell’agente della Polizia Locale che esce dall’auto civetta e cerca di fermare una gara di ragazzini in scooter con un calcio è diventato virale e ha scatenato le reazioni più svariate e per certi versi incredibili nel variegato universo dei social network.

Al di là dei classici “leoni da tastiera” che sparano sentenze su ogni cosa, fa riflettere il ribaltamento di prospettive a ogni livello: in tanti si scagliano infatti contro la madre del giovane invitandola a educare il figlio invece che denunciare l’operato di una divisa andata palesemente sopra le righe, tanto da essere stata sottoposta a provvedimento disciplinare. In tanti non solo si mettono idealmente al fianco dell’agente approvando un operato che va al di là di regolamenti e non solo, ma chiedono di trasformare addirittura la “punizione” in encomio. Un tema che affrontiamo con la dottoressa Elisa Facondini, psicoanalista specializzata in infanzia e adolescenza.

Dottoressa, come giudicare reazioni di questo tipo?

«Dobbiamo pensare forse a come questi eventi ci possano spingere a riflettere e non a giudicare. A come possiamo contribuire a sostenere certi principi educativi che in questo momento storico sono sotto attacco come lo è il principio di autorità, il saper dire di no, il saper mettere dei limiti. Forse abbiamo confuso troppo spesso il comprendere con il giustificare, mentre l’una cosa non implica affatto l’altra. Capire le cause di un fenomeno preoccupante e complesso significa metterne in luce le determinanti sociali, familiari, soggettive per poter individuare rimedi adeguati, ma non significa affatto giustificare».

Il vigile viene preso da diversi quasi a modello e si chiede non vengano presi provvedimenti verso tale comportamento: di cosa è figlia questa sorta di ribaltamento di certi valori?

«Dobbiamo forse pensare a come ripristinare un principio di fiducia che si basi nel contempo sulla credibilità sia degli individui che delle istituzioni. La legge dovrebbe agire decisamente come istanza mediatrice tra famiglia e ragazzo, cercando misure che non rimangono sterili ma diano l’opportunità alle persone coinvolte di riflettere su tutto quanto gli sta succedendo».

Secondo lei è lo strumento, il social network, a fare uscire il peggio delle persone?

«I Social concedono una possibilità unica nel loro genere: avere un profilo consente infatti di essere parte di un “tutto sociale” senza investire in un contatto reale, vìs à vìs. La parola “virtuale”, in effetti, significa che esiste in potenza ma non si è ancora realizzato: siamo sul tagliente orlo della logica del “potenzialmente sì, ma di fatto no”. Se si parte da questa premessa, si può dedurre quale tipo di relazione con l’altro si instaura: una relazione che lo implica solo nella misura in cui questo fa da pubblico senza uno scambio relazionale vero e proprio. Un utilizzo dell’altro esclusivamente in funzione di oggetto e non di soggetto, in un contesto virtuale che trasforma le emozioni e reprime molte delle responsabilità etiche: per esemplificare basti pensare agli ormai numerosi casi di cyberbulling. Sui social ci si può esprimere senza avere l’obbligo di considerare ciò che esprimono gli altri, interpretare frasi e immagini secondo la propria esperienza e lo stato umorale del momento. L’autoreferenzialità è un aspetto dominante e produce il rischio di isolamento. Servirebbe quindi una vera educazione e una formazione all’utilizzo di questi strumenti tarata su tutte le fasce d’età e per tutti i membri della famiglia».

Cosa direbbe a questa madre, al ragazzino e all’agente di Polizia Locale?

«Mi domando quanto possa essere possibile sedersi insieme a un tavolo per cercare un dialogo tra istituzione, genitori e figlio: un dialogo franco, democratico di reciproco rispetto e al contempo un dialogo dove siano chiari possibilità e limiti, diritti e doveri degli uni e degli altri senza oscillazioni tra totale permissività e improvvise imposizioni autoritaria. Poi, dato che non tutto dipende dai genitori, non bisogna sottovalutare l’influenza del gruppo dei compagni. Rispettare le scelte dei figli non vuol dire ignorare l’influenza negativa che potrebbero esercitare su di loro gli amici. Si tratta allora di sostenerli perché trovino il coraggio di prendere le distanze di non lasciarsi intimidire di reagire e nello stesso tempo di denunciare agli adulti responsabili: genitori, insegnanti e forze dell’ordine. Quando poi fossero i propri figli a rendersi colpevoli di atteggiamenti sbagliati, al di là del necessario tentativo di dialogare, capire, la condanna dovrebbe essere chiara e ferma. Infine nei casi più gravi, bisogna ammettere che i genitori possono non essere in grado di far fronte a queste difficoltà e che è necessario ricorrere a istanze superiori. Un dialogo per pensare e trovare soluzioni basate sulla comprensione di ciò che è accaduto, che possa consentire di non minimizzarlo per trovare soluzioni costruttive. Un dialogo che poi potrebbe tornare in famiglia per riflettere su un’educazione che non deve essere né iper protettiva, né iper rigida, né soprattutto incoerente. E nelle istituzioni, perché apra momenti di confronto su una buona prassi dell’autorevolezza nell’affrontare certe situazioni».

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