Da ricercatore di antropologia culturale ed etnografia, prima che da scrittore di noir, Eraldo Baldini guarda con favore l’iniziativa lanciata dal presidente dell’associazione italiana pesca sportiva e ricreativa, Ottorino Zanellati, per candidare i capanni da pesca al riconoscimento Unesco come beni immateriali dell’umanità. Un iter già avviato in Abruzzo per i tradizionali Trabocchi e che chiama in causa le Regioni. Un punto di partenza per l’Emilia Romagna potrebbe essere la risoluzione votata in assemblea regionale nel 2025 e il programma di valorizzazione con censimenti e mappature. Degli oltre 2 mila manufatti stimati nel tratto costiero tra la Romagna e Po di Volano la quasi totalità si sviluppa su corsi d’acqua e ambienti vallivi ravennati, memorie di un rapporto strettissimo, quasi mimetico con ambienti naturali protetti di rara bellezza. «Non è una cattiva idea quello del riconoscimento Unesco – assicura Baldini - per un patrimonio di natura sociale e ambientale, dall’impatto minimo. Ravenna ha la fortuna di conservare ambienti naturali importanti, tra pinete, valli e la costa. I ravennati sono cresciuti in confidenza per millenni con questi ambienti, un tempo frequentati per scopi di sopravvivenza, tramite la caccia, la pesca e la raccolta di prodotti della pineta. Oggi conservano un forte legame sentimentale con i capanni, presenti in gran numero fuori dall’abitato urbano, quasi una wilderness vissuta in maniera più sentimentale. Il capanno è qualcosa a cui non rinuncerebbero mai, fa parte della loro storia, del loro modo di vivere ed è un valore aggiunto per il paesaggio». Baldini ricorda l’atavica presenza delle acque, delle zone di palude, presenze consuete che non intimoriscono più, così i capanni sono diventati luoghi di socialità, di ritrovo familiare e tra amici e sono mutati anche nell’aspetto, un tempo strutture semplici in legno, oggi sottoposti a vincoli di riqualificazione molto stringenti e a volte di difficile applicazione. «Sono una forma di uso soft della natura, si pesca molto meno, ma rimane il desiderio di rinnovare il contatto con zone molto belle, valli e fiumi con cui i ravennati hanno grande familiarità; pensiamo ad ambienti gestiti nei secoli dall’uomo come le Pialasse con i quali si conserva un legame viscerale. Resiste il pregiudizio che vuole il ravennate più chiuso rispetto agli altri ravennati, in realtà ama la socialità ma non a tutti i costi, sta bene anche da solo nel silenzio del capanno a guardare il paesaggio».
Capanni siti Unesco, l’idea piace. Baldini: «Sono parte dell’identità ravennate»