Un reparto dello stabilimento di via Baiona

Il giudice l’ha bollata come una «laconica lettera di licenziamento», evidenziando che il calcolo del danno economico lamentato dall’azienda non è corretto; ma soprattutto, che l’importo reale è «talmente irrisorio da non potere fondare in alcuno scenario interpretativo possibile una lesione del vincolo fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore». Con queste parole la Marcegaglia è stata condannata a reintegrare il capomacchine 28enne punito per avere prestato il proprio badge per la mensa a un collega “esterno”, un facchino dipendente per una delle ditte in appalto nello stabilimento di via Baiona.
È di ieri la sentenza con la quale il giudice del lavoro Dario Bernardi, dopo una settimana dall’udienza per il ricorso dell’operaio – difeso dagli avvocati Davide Baiocchi e Angelo Canarezza – ha annullato il licenziamento, disponendo anche rimborso e risarcimento degli stipendi non goduti dal giorno dell’interruzione del rapporto di lavoro, con tanto di interessi e spese legali.
La vicenda
Il provvedimento disciplinare nei confronti del giovane capomacchine, assunto all’età di 19 anni dal colosso dell’acciaio e da 8 anni apprezzato da superiori e colleghi come dipendente modello, portava la data dello scorso 20 settembre 2019. L’azienda aveva scoperto che il suo pass per la mensa era stato utilizzato per 32 volte da un’altra persona, formalmente non assunta dallo stabilimento. Il danno lamentato parlava di un totale pari a 126,72 euro. Eppure – ha rimarcato il togato riprendendo la linea difensiva del dipendente – anche qualora il lavoratore non avesse usufruito del servizio, avrebbe avuto diritto ad altrettanti buoni del valore di 3 euro a pasto. A conti fatti, la differenza totale a carico dell’azienda per l’indebito utilizzo risultava di appena 6,08 euro.
Un gesto di altruismo
Nei giorni in cui 28enne era stato chiamato dal suo superiore e successivamente dai vertici dello stabilimento per essere informato del provvedimento disciplinare, aveva saputo da appena due mesi che sarebbe diventato padre. Per quel motivo – così si era giustificato – aveva preferito non fermarsi in mensa e andare a casa dalla moglie, cedendo il suo badge all’amico facchino. Un gesto, aveva assicurato, fatto per aiutare una persona in un momento di difficoltà economica, non per truffare o creare un danno alla Marcegaglia. Non immaginava che ci sarebbero state conseguenze così categoriche. E di questo parla anche il giudice, rimarcando la «mancanza di un regolamento specifico sul punto, in grado di chiarire in modo percepibile ed inequivoco le conseguenze in termini di disciplinari di una eventuale inosservanza».
«Nessuna truffa»
Il giudice blocca agli albori possibili scenari di rilevanza penale, come la truffa e l’appropriazione indebita («non appaiono configurabili tutti gli elementi»), così come l’uso improprio del badge per falsare la presenza sul luogo di lavoro: anzi – si legge nel dispositivo – poiché l’incarico dell’operaio prevedeva la possibilità di mangiare solo a fine turno, senza pause o interruzioni, «è stata proprio la circostanza che il servizio mensa veniva usufruito durante il turno di lavoro ad avere consentito al datore di lavoro di accertare i fatti di causa». Il 28enne, in pratica, non si era mai assentato. Inoltre, il pasto ceduto al collega lo pagava in parte di tasca propria, contribuendo con una detrazione di 80 centesimi dal proprio stipendio.
Intervistato nei giorni scorsi dal Corriere Romagna, il lavoratore aveva detto che la sua priorità non erano né risarcimenti né indennizzi, ma tornare «a fare il lavoro che amo in un’azienda che mi ha dato tanto». Da oggi, avrà entrambe le cose.

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