Omicidio al parco di Cesena: per i giudici era premeditato

Ergastolo. Il processo in Corte d’Assise per Giuseppe Di Giacomo, “il siciliano” 66enne che ha ucciso a coltellate lo scorso 19 dicembre l’odiato vicino di casa Davide Calbucci di 49 anni, è terminato con la sentenza massima possibile. Che l’omicida ha accolto in silenzio ma pietrificato in volto: come se per lui (che non ha mai negato fin dai primi minuti in alcuna maniera il delitto) una sentenza di condanna fosse attesa; ma come se l’ipotesi del carcere a vita non lo avesse mai minimamente sfiorato prima nei pensieri.

Il presidente Monica Galassi, che ha letto il dispositivo, ha condensato in quelle poche parole, a cui tra 60 giorni seguiranno le motivazioni. l’aver riconosciuto a Giuseppe Di Giacomo anche la premeditazione del delitto. Una pianificazione che in questo caso non può essere compensata da nessun tipo di eventuale attenuante, sufficiente ad evitare il massimo della pena inflitta.

Che si fosse trattato di un omicidio pianificato da tempo era sempre stata la convinzione che ha mosso per tutta la ritualità processuale la Procura. Con il pm Laura Brunelli, già sul luogo del delitto fin da pochi minuti dopo che lo stesso era stato commesso, che nella sua requisitoria aveva chiesto proprio il massimo della pena, che avrebbe voluto “accompagnata” anche dall’isolamento diurno del condannato.

Una premeditazione ed una efferatezza nell’esecuzione (34 le coltellate conteggiate nell’autopsia sul corpo di Davide Calbucci) che era nelle convinzioni piene anche delle parti civili rette dagli avvocati Alessandro Sintucci e Marco Baldacci.

A livello di provvisionali l’Assise ha calcolato che debbano essere dati 200 mila euro alla figlia del 49enne ammazzato, 180 mila euro a sua moglie e 30 mila euro a sua sorella.

Che il siciliano (come tutti lo conoscono nella zona delle Vigne dove viveva) non si aspettasse l’ergastolo come pena da scontare lo si poteva evincere non solo dal suo volto alla lettura della sentenza. Ma anche dalle parole del suo avvocato Antonino Lanza.

Di Giacomo ha sempre giustificato il suo gesto come un impeto dettato da una situazione di stress annosa. Calbucci lo accusava di essere un molestatore di donne. Molte delle quali hanno anche reso testimonianza in tal senso. Quando il siciliano è stato chiamato in aula a raccontare la sua verità ha sempre detto di essere stato aggredito e di aver impugnato per uccidere un coltello che “per caso” aveva con sé. L’avvocato Lanza ha sintetizzato questa versione dei fatti nella sua richiesta di derubricare quell’omicidio volontario di cui il suo cliente era accusato. Ad un “Eccesso colposo di legittima difesa”. Un reato che ha una pena massima di cinque anni, ben lontana dal carcere a vita.

Neppure l’essersi detto “pentito” durante i racconti in aula (cosa che non aveva mai detto nei precedenti interrogatori del passato) non è bastato a mitigare la pena che “il siciliano” è tornato a scontare subito dopo la sentenza, nella cella del carcere dove è rinchiuso da quando, quel 19 dicembre 2020, si fece portare in auto dalla compagna: per consegnarsi alla giustizia dopo aver strappato ferocemente la vita a Davide Calbucci.

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