Forlì, i cacciatori: “Noi non siamo quelli che sparacchiano a caso”

Anche i cacciatori guardano al futuro e pensano di cambiare per non vedere la loro passione dissolta tra critiche e pregiudizi. È quanto emerso dal congresso nazionale che si è svolto a Chianciano e dal quale è arrivata anche un’autocritica sui comportamenti delle doppiette.

«Se continuiamo su questa strada la caccia ha un futuro molto scuro – dice il presidente dell’Arci Caccia Forlì, Luciano Bartolini – Il nostro progetto uscito dal congresso, condiviso da oltre 220 partecipanti da tutta Italia, vuole dare un futuro a questa nostra passione, che non chiamerei caccia. Purtroppo negli anni ci siamo creati un’immagine buia, la gente vede l’ultimo atto, lo sparo, l’abbattimento dell’animale, senza sapere quello che c’è a monte. Anche perché non sempre si arriva all’abbattimento dell’animale. Non siamo quelli che sparacchiano a destra e sinistra a tutto quello che vediamo. Vogliamo fare capire a chi la pensa così che non siamo queste persone. Noi ci teniamo all’ambiente, lo viviamo, siamo consapevoli che se non lo riportiamo a quello che era, la nostra passione finisce. Non siamo noi che facciamo mancare la selvaggina. Anche il modo di lavorare i campi ha portato a limitare il territorio per la selvaggina. Noi come Arci Caccia ci batteremo per ricreare questo ambiente. Attraverso il miglioramento dell’habitat, la pulizia dei sentieri, delle strade, con operazioni di volontariato. Noi ci siamo sempre».

Il confronto

Arci Caccia vuole partecipare al cambiamento, quindi, discutere, dare idee e confrontarsi con le altre forze, come il mondo agricolo, Legambiente, per una caccia sostenibile perchè «adesso forse si è esagerato – dice Bartolini, da due anni alla guida dell’Arci caccia Forlì, con circa 130 iscritti –: quando si è andati in un territorio a cacciare perché infierire, tornare ancora lì?». Cacciatori che quindi ammettono anche errori. «Il problema della caccia – ribadisce il presidente forlivese – è l’egoismo che si è creato dentro di noi, anche con l’avvento di animali come ungulati, caprioli, daini, cervi. Il cinghiale per i cacciatori tradizionali è la peste perché è un animale che non ha concorrenti, ora te lo ritrovi alle porte di Forlì. Tutti adesso vogliono sparare al cinghiale e chi pratica la caccia piccola stanziale si trova in mezzo a queste battute. La caccia al cinghiale ha un po’ snaturato la nostra tradizione. La nostra caccia è vivere la natura, uscire con il proprio cane. Dobbiamo riportare i cacciatori sulla giusta strada per il futuro. Chi vuole fare solo carniere non è cacciatore. Il cacciatore deve rispettare l’ambiente e l’ausiliare».

Il referendum

Intanto per l’abolizione della caccia è attivo un “Comitato referendum sì aboliamo la caccia” che vuole raccogliere 500mila firme per chiedere di bandire l’attività venatoria. «Al congresso non se ne è parlato – ribatte Bartolini – anche perché neanche tutte le associazioni ambientaliste sono vicine a questo referendum. Proviamo ad immaginare due anni senza andare a caccia: cosa succede? A livello di indotto economico, non solo le armi, i richiami, gli stampi, abbigliamento, quanto si perderebbe? Secondo noi fermare la caccia non ha senso».

Le segnalazioni

Tra le critiche che si fanno ai cacciatori anche quella di sparare troppo vicino alle case. «Io abito ai Romiti. Abbiamo fatto un piano di controllo ai piccioni di 3 interventi, abbiamo abbattuto i piccioni in piazza che sono in condizioni sanitarie pessime, come le tortore. C’era la polizia provinciale, eravamo coordinati da loro. L’attività inizia alle 7. Però la gente non vuole sentire, dicono che si spara alle 5. Noi siamo a 150 metri dalle case, cerchiamo di non sparare verso le abitazioni. Ovviamente poi c’è il cacciatore bracconiere che se vede un fagiano a dieci metri da casa spara. Questa è la figura che a noi non interessa. Se con le persone ci parli, le informi, i problemi si possono risolvere».

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