Crisi e Covid, a Ravenna persi 5mila posti di lavoro

Contratti temporanei non rinnovati, ricorso agli ammortizzatori per far fronte alla crisi economica, difficoltà a reperire manodopera in certi settori, nei quali però mancano garanzie. Temi, quelli del lavoro e della precarietà, di cui si è parlato nei giorni scorsi nel corso dell’assemblea promossa dal gruppo giovani di Ravenna Coraggiosa alla Cà Rossa. In primo piano i numeri degli occupati, le forme di contratto, il lavoro povero e gli effetti della pandemia e della crisi energetica. A Davide Gentilini dell’ufficio studi e ricerche della Cgil il compito di presentare i dati occupazionali, con particolare riferimento alla realtà provinciale, mentre la segretaria generale Marinella Melandri e Serena Savini del Nidil Cgil hanno inquadrato il tema generale. «Il lavoro – scrivono i giovani di Coraggiosa – deve essere dignitoso. Sempre. Le condizioni lavorative che siamo costretti a vivere oggi non permettono però di pensare, figurarsi costruire, un futuro per noi e per i nostri futuri figli: soprattutto quando hai 25-30 anni e hai paura di passare una vita in panchina. Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto. E’ il momento di capire bene come mai sia successo tutto questo e di chi siano le responsabilità».

Donne e giovani

Il primo elemento che emerge dai dati raccolti da Gentilini è la particolare condizione del mondo produttivo in provincia, che ha visto soffrire in questi due anni la forza lavoro stagionale del turismo balneare e dell’agricoltura, manodopera certo più precaria di quella impiegata nell’industria manifatturiera, in prevalenza formata da giovani e donne. «Tra il 2019 e il 2020 c’è stato un calo degli occupati del 3,5% con un recupero parziale del 3,6% tra il 2020 e il 2021. Percentuale che cresce se si guarda alle donne (6,5%); per loro il recupero si ferma nel 2021 al 3,3%, complice il blocco dei servizi legati alla scuola, come le mense e le pulizie. Nella fascia 15-29 anni il tasso di occupazione è lo stesso per maschi e femmine dai 35 ai 55 anni la differenza di genere cresce. Una quota maggiore di donne lascia il mondo del lavoro. Se la salvaguardia dei tempi indeterminati ha funzionato, i tempi determinati non sono andati al rinnovo. La deindustrializzazione non favorisce l’occupazione». Nel saldo tra attivazioni e cessazioni nel 2020 sono andati bruciati quasi mille posti nel tempo determinato e se l’industria ha tenuto tra il 2019 e 2020, nel commercio, nel ricettivo e nella ristorazione mancano 5mila occupati, «numeri che pongono una lente di ingrandimento su settori poco tutelati dove è più facile perdere il posto e il reddito, nonostante gli ammortizzatori sociali».

Intermittenti

Altro capitolo dolente è quello degli ammortizzatori sociali per le aziende energivore come ceramica e metalmeccanica. «Ad oggi sono 840 i lavoratori sottoposti ad ammortizzatori sociali e si prevede che aumentino. Spesso le crisi sono assorbite scaricando il peso sui lavoratori». Scendendo il sentiero scosceso delle tutele, si arriva ai lavoratori a chiamata, gli intermittenti, i primi a rimanere senza protezione sociale. Poi i contratti interinali nel turismo, di somministrazione nel commercio, crollati nel 2020 per la pandemia, alimentano la precarietà. «Nel rispetto formale delle regole, senza la copertura di ammortizzatori, tutti i lavoratori che potevano essere estromessi come tempi determinati o stagionali sono stati colpiti». Le stagioni turistiche del 2020 e 2021, brevi ma intense, per i dipendenti hanno rappresentato meno giornate di lavoro. «Il modello produttivo flessibile maschera precarietà, situazioni di difficoltà, diffusione del lavoro povero. La differenza tra chi non ha lavoro e chi è sottopagato si assottiglia».

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