Coronavirus. Ausl: “Test non offre patente di immunità”

RAVENNA. La Regione dà il via libera dalla prossima settimana ai test sierologici per le imprese (con un deciso taglio agli adempimenti burocratici) e anche per i privati cittadini, che potranno effettuarli nei laboratori autorizzati dalla Regione presentando una prescrizione del medico di fiducia. Ma per gli esperti l’esito non garantisce una “patente di immunità”: anche chi ha contratto il coronavirus ed è guarito, deve attenersi alle disposizioni sanitarie e non abbassare la guardia. Raffaella Angelini, direttrice del Dipartimento di Sanità pubblica dell’Ausl Romagna, non vuole alimentare illusioni: «Capisco che le persone in questo momento siano in cerca di certezze e rassicurazioni – dice – ma per ora la medicina non è in grado di offrirne. Il covid-19 per molti aspetti è ancora un enigma».

La situazione
Diversi cittadini stanno facendo richiesta ai medici di base per essere sottoposti all’esame, nella speranza di avere maturato gli anticorpi. A confermarlo è il dottor Sandro Vasina, medico di famiglia, che sposa completamente il pensiero di Raffaella Angelini circa le finalità di questo tipo di esame: «Sempre più persone richiedono di poter fare l’esame sierologico – commenta –. Ai miei pazienti sottolineo però che il test tanto desiderato per ora non è in grado di stabilire immunità».

Al momento sono 25 i laboratori privati di analisi autorizzati dalla Regione in grado di processare i test sierologici convalidati «ma il loro numero è destinato a crescere nei prossimi giorni» spiega l’assessore regionale alla sanità Raffaele Donini.
Questa tipologia di indagine è molto richiesta anche dalle aziende, ma Raffaella Angelini chiarisce quello che definisce un grande e pericoloso equivoco: «Questi test non regalano patenti di immunità e non devono, aspetto molto importante, generare false sicurezze – dice la direttrice del Dipartimento –. Sono analisi che vanno alla ricerca degli anticorpi, ma sul significato protettivo di questi ci sono ancora troppi dubbi. Al momento il test ha un valore indicativo e, a livello regionale, finora lo abbiamo utilizzato per il personale sanitario e le forze dell’ordine, con monitoraggi ogni 14 giorni. Nel caso in cui il risultato dello screening sia negativo non si procede ad alcuna indagine, mentre i soggetti risultati positivi dovranno sottoporsi a tampone per verificare se c’è la presenza del virus. Nessuno sa quanto è forte l’immunità naturale lasciata dalla malattia e quanto, eventualmente, è duratura – commenta la Angelini –. Finché non saremo in grado di accertare questo aspetto, i guariti dal covid-19 dovranno utilizzare tutte le accortezze delle altre persone. Un lavoratore che si è ammalato e poi è guarito, quando torna sul luogo di lavoro dovrà attenersi alle stesse regole dei suoi colleghi. Nessuno sa se potrebbe riammalarsi; questo è uno dei grossi enigmi che ancora ci portiamo dietro».

La Angelini chiarisce che la medicina non attribuisce alcun significato clinico alla presenza degli anticorpi: «Sarebbe sbagliatissimo se qualcuno si ritenesse ormai immune alla malattia e rinunciasse quindi ai dispositivi di protezione o ai comportamenti di prevenzione. Il test sierologico per ora ha uno scopo prevalentemente epidemiologico e di monitoraggio, visto che, soprattutto nei responsi negativi, viene considerato molto affidabile».

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