A Cesena dopo le polemiche seguite allo sfratto dello scorso 17 febbraio a Tipano che ha coinvolto una donna, la figlia di 6 anni e i nonni, l’assessora ai Servizi per la Persona e la Famiglia Carmelina Labruzzo e il sindaco Enzo Lattuca, delegato ai Servizi sociali per l’Unione dei Comuni Valle del Savio, hanno risposto all’interrogazione presentata dal consigliere comunale del gruppo Lega Enrico Sirotti Gaudenzi. Nella risposta, oltre a ribadire che l’obiettivo dei servizi sociali non è un assistenzialismo passivo ma un percorso di responsabilizzazione e autonomia dei nuclei fragili, fondato sul rispetto delle regole e sulla cura dei beni pubblici, si spiega che la famiglia è seguita dal 2011 e che, nel corso degli anni, ha beneficiato di numerosi interventi di sostegno economico e abitativo, tra cui sussidi, aiuti alimentari e diverse soluzioni di accoglienza temporanea. Dopo uno sfratto nel 2024 per una morosità superiore a 26mila euro (74 mensilità), al nucleo sono state offerte ulteriori soluzioni abitative, alcune delle quali rifiutate. L’allontanamento dall’alloggio del servizio di transizione abitativa, dove la famiglia era stata inserita a fine 2025, è stato motivato dai servizi sociali con gravi violazioni del patto di permanenza, tra cui danneggiamenti agli arredi e agli impianti, il rifiuto di pagare la quota prevista e precedenti segnalazioni di mancati pagamenti e sottrazione di beni. Sindaco e assessora hanno precisato che la decisione tecnica è stata assunta dai servizi competenti per garantire equità verso altre famiglie in attesa, e respinge le accuse secondo cui lo sfratto sarebbe stato eseguito con modalità “ruvide”. Secondo l’Amministrazione, il nucleo è stato informato della cessazione del progetto il 14 gennaio 2026 e ha avuto tempo fino al 17 febbraio per individuare soluzioni alternative, mentre la scelta di vivere in auto dopo l’allontanamento sarebbe stata autonoma. “Le risorse del Welfare – scrivono – sono pubbliche, ovvero pagate dai cittadini: permettere a un nucleo di violare i patti, danneggiare i beni comuni o rifiutare contributi dovuti (pur avendo un reddito come l’ADI o un reddito da lavoro) è un atto di non equità verso le altre famiglie fragili che rispettano le regole; l’inclusione non può essere una ‘gratuità’ illimitata ma un percorso di reciprocità. Il servizio sociale può fornire gli strumenti (casa di transizione, orientamento al lavoro, sussidi), ma il motore del cambiamento deve restare la persona o il nucleo interessato”.
Cesena e lo sfratto di Tipano: “Gravi violazioni di una famiglia che in passato non aveva pagato 74 mensilità”