Zona rossa, nel Riminese l’assalto ai supermercati

«Sembra essere tornati indietro di un anno». Lo ripetono come mantra ambulanti, parrucchieri, barbieri che da domani, per 14 giorni (e basta, sperano) dovranno abbassare le saracinesche delle loro attività. Lockdown rievocato anche dalle scene inspiegabili registrate in diversi supermercati di tutta la provincia. Code, assembramenti, scaffali vuotati come alla Coop Perla Verde di Riccione, dove l’area frutta e verdura è stata quasi completamente ripulita.

Rassegnazione, è l’altro concetto rimarcato dai nuovi bersagli della pandemia. Tra le vittime la categoria dei parrucchieri, forse, è quella al centro della situazione più paradossale. In piazzetta Agabiti sono due i saloni presenti. Chi ha rispettato alla lettera i dettati per accogliere la clientela, è stato costretto a spendere diverse migliaia di euro, creando ambienti asettici come quelli di un ospedale. Eppure non è bastato a “salvarli” dalla chiusura. «Non so che dire. Ovviamente la tutela della salute è la priorità. E proprio per garantirla noi abbiamo fatto tutto quanto ci è stato imposto», spiega uno dei titolari di Luca & Andrea, air stilyst; basta affacciarsi un attimo nel salone, per capire alle parole corrispondono i fatti. Tra le preoccupazioni del far tornare i conti, c’è anche la tutela dei propri dipendenti. «Come ci muoveremo? In passato abbiamo anticipato la cassa integrazione, questa volta vedremo». Cassa integrazione che non vedranno gli 8 dipendenti di Wilo “barber shop & parrucchiere”. «La proprietà, che ha sede a Milano, non può richiederla, spiegano, perché abbiamo aperto solo il 15 gennaio e quindi risultiamo essere una nuova attività. Potranno invece beneficiarne i due colleghi dell’altro nostro storico negozio, in via Dante Alighieri». Sandro Vandi, ha la sua bottega da barbiere, per soli uomini, in via di Roma. «Siamo tornati al punto di partenza. Nulla è cambiato». Per Vandi abbassare lunedì la serranda «è una situazione paradossale» perché non si è tenuto conto delle differenze esistenti nella nostra stessa categoria. «Nel mio salone entra un cliente per volta e solo quando se ne va ed ho sanificato arriva il successivo. Così non è dal parrucchiere dove l’affluenza simultanea è molto maggiore. Vorrà dire pur qualcosa visto che comunque anch’io seguo le sue stesse misure di prevenzione?». Tanto sarcasmo in chiusura di sfogo: «Per fortuna ci sono i ristori».

Non va meglio agli ambulanti. Tiziana Ripa e Giorgio Taralli hanno il banco da 40 anni. «Con i 1.200 euro ricevuti abbiamo si è no pagato le bollette». Aspettano invece “fiduciosi” «che il Comune di Rimini rispetti le promesse fatte. Aveva infatti detto che avrebbe restituito quella parte dei soldi versati per l’occupazione del suolo pubblico, sfruttato meno a causa della pandemia. Non abbiamo però visto ancora niente».

I beffati

È invece vittima della solita farraginosa burocrazia Andrea Di Crescienzo. Lui e la sua famiglia hanno ereditato la licenza decennale alla morte del padre, ma non hanno avuto un solo centesimo di ristoro «perché per il semplice fatto che abbiamo cambiato la proprietà dell’impresa, per lo Stato siamo una nuova azienda». E così «si stringe la cinghia, si fanno sacrifici perché i capi della primavera in arrivo li devi avere. Ma i fornitori, se dovrai stare a casa due settimane come adesso, i soldi li vogliono lo stesso». «I ristori non risolvono niente» gli fa eco sotto l’Arco d’Augusto Maurizio Provanelli. «Chi li ha ideati non ha considerato che il danno non è solo quello delle mancate vendite. Non possiamo fare né acquisti, né programmare».

Concetto ripreso da Ettore “Menphis” Barbiani, in via Mentana. «Siamo bloccati. L’entusiasmo mi sta lasciando». Amarezza che schizza alle stelle quando toglie da due sacchetti altrettante maglie fresche di stampa, frutto della joint venture con la cantina di Ennio Ottaviani: una maglia con cui promuovere la Rebola, vino unico ed eccellenza del territorio riminese.

Gocce di speranza, invece, le instilla la famiglia Sacchetti dal banco della bottega storica Elio’s di via IV Novembre. Nonostante la situazione, ieri stavano facendo un ordine per l’anno prossimo. «Non so se si tratta di speranza. Forse la nostra è solo una forma di pazzia». Di rimpetto c’è la gioielleria Aldo Tamburini: «Difficile capire come mai a distanza di un anno ci stiamo ritrovando nella stessa situazione del primo lockdown». Avere una forza economica decisamente superiore alla media di sicuro vuol dire poter affrontare al meglio la crisi di tanti altri negozianti, ma anche qui le rose hanno diverse spine che pungono come le «spese sostenute per accogliere i clienti nella massima sicurezza» o «l’aver anticipato noi la cassa integrazione per i nostri dipendenti».

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