Zelli e Viroli ci guidano per l’appennino “dantesco”

Gabriele Zelli e Marco Viroli: due “detective” sulle tracce di Dante in Romagna. La loro curiosità e la loro passione nascono ben prima della ricorrenza dei settecento anni dalla morte del grande poeta: da anni infatti i due studiosi esaminano materiali e fanno sopralluoghi nelle località del territorio forlivese che il poeta, esule dalla sua Firenze, vide e visitò, dove passò giorni, o mesi.

Dopo aver pubblicato Sulle tracce di Dante a Forlì, sempre con le preziose immagini del Fotocineclub Forlì, Zelli e Viroli si apprestano ora a dare alle stampe una guida raccontata dell’itinerario che dall’Acquacheta, ai confini fra Romagna e Toscana, si abbassa verso valle. Forse il primo pezzo di Romagna che il poeta vede è anzi proprio la maestosa cascata di 75 metri che «rimbomba là sovra San Benedetto» e che poi dà vita al fiume Montone.

«Nel XVI canto dell’Inferno – ricordano gli studiosi – Dante paragona lo scroscio della caduta dell’acqua nei periodi di piena alla assordante cascata del Flegetonte. Quel fragore fu probabilmente uno dei suoni che lo colpirono maggiormente lungo un percorso che, tra la primavera del 1302 e quella del 1303, egli percorse alcune volte in entrambe le direzioni. Iniziò infatti a frequentare la corte di Scarpetta Ordelaffi già come segretario della Università dei Guelfi bianchi. Nel 1303 il fallimento dell’impresa di Castel Puliciano, a capo della quale c’era lo stesso Scarpetta, saldò i rapporti fra lui e Dante, e approfondì il solco fra il poeta e un altro forlivese, il podestà Fulcieri da Calboli, nemico storico di Scarpetta, che comandava le truppe fiorentine».

La guida mira anche a valorizzare un Appennino meno noto. «Certo, un’area costellata di luoghi danteschi: da Bocconi, con il bel ponte della Brusia, a Portico dove sorge Palazzo Portinari, che la tradizione attribuisce a Folco, padre di Beatrice, a Rocca San Casciano con la sua piazza triangolare e poco oltre la notevole Abbazia benedettina di San Donnino».

Centri minori che si rivelano veri scrigni di storia e arte. «Come Dovadola, su cui svetta la Rocca dei conti Guidi recentemente restaurata, l’Abbazia di Sant’Andrea, sempre a Dovadola, che oggi accoglie il sarcofago di Benedetta Bianchi Porro, il Santuario di Sant’Antonio a Montepaolo, la Corte San Ruffillo, o Palazzo Monte Aguto dove trovarono rifugio, nell’agosto del 1849, Giuseppe Garibaldi e Giovanni Battista Culiolo durante la “trafila”. Infine Castrocaro, con la sua fortezza medievale: Dante cita polemicamente i suoi conti nel XIV del Purgatorio. E poi, la città ideale, Terra del Sole, fondata nel 1546 da Cosimo I, la bizantina pieve di Santa Reparata e Montepoggiolo. La zona su cui sorge fu abitata fino dal Paleolitico, come attestano migliaia di reperti litici ritrovati dal 1983 a Ca’ Belvedere, ai piedi della rocca».

Insomma, 60 chilometri di bellezza. «E di memorie di periodi diversi. Percorrerli è un bel modo per rivivere con gli occhi di Dante un pezzo del suo percorso umano: quel percorso che lo conduce a comporre un capolavoro patrimonio dell’umanità».

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