Yuleisy Cruz Lezcano che si ispira ai poeti romagnoli e a Fellini

BOLOGNA. Scriveva Tonino Guerra che «uno passa la vita dialogando con la sua infanzia», e L’infanzia dell’erba di Yuleisy Cruz Lezcano, con una lettera di Gian Ruggero Manzoni (Melville Edizioni) è quello che la pluripremiata poetessa bolognese di origine cubana definisce «un unico canto» di poesie e prose che scaturiscono dalla sorgente costituita dal profondo legame di amicizia e comprensione con il poeta santarcangiolese. Così come dalla memoria dell’opera di Giorgio Morandi, Federico Fellini, ma anche di Moroni, Pedretti, Rocchi, Fucci, Baldini…
«Ho colto in questi poeti un invito alla semplice contemplazione, a lasciarsi meravigliare dal mistero delle piccole cose, a trovare un riflesso nostro dentro le loro opere, un’eco di quel che siamo in quel che leggiamo. Spesso mi avvicino a quei poeti e artisti che mettono in relazione la vita con l’arte, che fanno dell’arte un modo di vivere».
Lezcano, il suo «canto dedicato alla vita» tra Cuba, l’Italia e l’Emilia-Romagna è diventato «poeta dopo poeta», un canto unico.
«Ho colto in tante poesie dialettali il mito del ritorno, ritorno che anche io ho compiuto, per ritrovare la lingua dell’infanzia, come diceva Tonino Guerra: “l’infanzia del mondo”. Il mio tentativo di scavare un tunnel per riportarmi a quello che avevo perso, mi ha portato a scavare nella poesia romagnola per trovare all’interno il racconto, e sorprendentemente tale racconto aveva molte similitudini con il mio. Vorrei, come lo voleva Guerra, che la mia poesia facesse compagnia a chi la leggerà, che sentisse nelle mie poesie le mie visioni e la mia voce. Come Tonino, ho cercato di recuperare le memorie sudate della mia gente, con quel pizzico di nostalgia che accompagna quasi sempre chi, come me, emigra in un paese straniero. Credo che a indirizzarmi sui poeti romagnoli sia stata una serie di casualità, che casualità non sono. Mi ero innamorata della Romagna, e volevo conoscerla, e quale miglior modo che quello di avere come guida i poeti? Trovo che i poeti romagnoli abbiano sempre un racconto all’interno delle loro poesie. Le loro poesie raccontano un’esperienza precisa, concreta, inaspettata, con tanto sentimento all’interno e le loro voci che parlano. Sentendo le loro voci, ho cercato di ripristinare la mia voce originale, per parlare delle mie origini».
Cosa l’ha guidata in questa intima esplorazione del mondo poetico?
«Tonino Guerra parlava il dialetto del suo popolo di Santarcangelo e io, cercando di parlare con la mia gente, sono tornata a Cuba. Nino Pedretti, che leggo e amo profondamente, ha scritto: “La poesia si fa con tutto il corpo e non solo coi sentimenti. Voglio dire che il corpo e tutto quello che lo muove, diventa poroso, filtra, lascia passare odori di cose”. Avvicinando le parole dei poeti a cui mi sono ispirata, non ho letto solo le parole, ma ho sentito i poeti, perché i poeti stanno fra noi per dirci cose “futuristiche”, “irreali” forse, ma probabili. Ci ricordano cosa siamo stati quando perdiamo l’innocenza, perché i poeti a volte sono angeli che plasmano le ali sui fogli. E sono queste ali che mi hanno fatto volare dall’Italia a Cuba… Ho eseguito un volo pindarico e mi sono catapultata nei ricordi dell’infanzia, perché forse tutto il mio percorso lungo la poesia nasce da una purezza che non saprei spiegare. Il mio credere ai maestri, il perdermi nei loro testi, il mio ritrovarmi a trasfigurare la mia realtà arricchendo la memoria con nuovi innesti interpretativi non miei ma che sento miei, hanno fatto di me una materia modellabile, sempre alla ricerca di un nuovo stile e al bivio tra interrogazioni e dubbi».
Cosa ha significato quindi «nutrirsi» della loro poesia?
«Intravedo nei loro versi qualcosa di indicibile che scappa, nonostante la semplicità che appare a prima vista nel loro modo di comunicare. È proprio in quel punto di fuga che incontro l’ammirazione verso le loro parole… esiste nel detto anche il non detto, gli spazi bianchi lasciati dalle cose inesprimibili… Spesso mi hanno sorpresa le loro numerose allusioni di carattere filosofico. Questi poeti hanno tanto da dire e sanno farlo nella forma più stringata possibile, senza per questo rientrare nel gruppo degli ermetici. La loro brevità è efficace e simbolica, usano parole di terra, di natura. Le loro poesie, spesso corte, sono così ben costruite che annidano una universalità di cui numerosi poeti sono carenti. Personalmente, penso che i poeti restino fra noi per ricordarci e farci riconoscere il diritto all’ascolto, per sé stessi e per quelli che li hanno preceduti. Un diritto sacro e inviolabile: nuvole intangibili alla stretta del vento, pioggia di pensieri che si confondono con le nostre lacrime. Credo che alla fine tutti i poeti non siano altro che sorprendenti resurrezioni, umane varianti da maneggiare con cura».

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