Il racconto della vita appassionata, geniale, teatrale, politica, condivisa all’unisono da Dario Fo e Franca Rame è tornato nel recente libro Il Dario furioso. Franca Rame e Dario Fo. Teatro, politica e cultura nell’Italia del Novecento (Società editrice Il Ponte Vecchio, 2020).

Lo ha scritto il forlivese Walter Valeri (1949) poeta, scrittore, artista “glocal” che ha tanto girato e cambiato; ha insegnato alla Harvard University di Boston, ma si è proposto anche nella sua terra, a Forlì, con il Cantiere Internazionale, e a Cesenatico con “Il porto dei poeti”. Prima, nel 1973, aveva partecipato con Ferruccio Benzoni e Stefano Simoncelli alla rivista “Sul porto”. Il salto più esaltante però questo romagnolo lo spiccò nel 1980, quando sulla spiaggia di Cesenatico accettò di unirsi al mondo di Fo e Rame, a contatto con la Cooperativa Teatrale La Comune, tra progetti e animosità politica e civile di Dario Fo e Franca Rame. Fu lei a chiedergli, in quel pomeriggio d’estate, di occuparsi dell’ufficio estero per la cessione dei diritti delle opere teatrali.

Nei vent’anni di collaborazione, Valeri ha scritto decine di articoli che ora ha selezionato nel suo libro. Si leggono interviste all’attrice e al premio Nobel, del «Nobel morale a Franca» secondo Dario Fo, delle donne verso le quali l’attrice si è spesa per dare loro voce, dell’esperienza in Senato. Si scopre Franca attraverso la storia della famiglia d’arte Rame da cui ereditò la naturalità al teatro. Si apprende di teatro con Dario attraverso i suoi riferimenti dello Zanni, del Ruzante, della lingua gramelot, e si scopre la didattica del teatro popolare usata dalla coppia.

Valeri si sofferma inoltre sulle ostilità subite dai Fo-Rame dal mondo politico e istituzionale, comprese quelle relative alla Palazzina Liberty; richiesta come sede teatrale, diventò un caso politico vinto alla fine da Dario e Franca a furor di popolo.

Lei, Valeri, in questo libro mette insieme molti scritti indicativi della sua lunga collaborazione con Fo e Rame. Come li ha scelti, e perché solo adesso ha voluto pubblicarli?

«È vero, vi sono articoli e interviste apparsi su quotidiani e riviste, che erano piaciuti a Dario e a Franca, uniti ad altri usciti su testate oggi non più reperibili, e ad alcuni inediti. La decisione di farne un libro solo adesso ha a che fare con il mio rientro in Italia. Ho più tempo da dedicare alla scrittura e a quei temi importanti indicativi della mia ammirazione del lavoro di Dario Fo e Franca Rame; come ad esempio il loro difficile rapporto con il potere, i contenuti e la funzione civile del loro teatro, la loro storia emblematica».

Come arrivò negli Stati Uniti?

«Capitò proprio con la prima tournée americana di Dario e Franca, occasione in cui conobbi anche colei che sarebbe diventata la madre dei miei tre figli. Ebbi poi la possibilità di acquisire un master all’Art Institute della Harvard University e di insegnare. Così nel 1995 mi sono trasferito a Boston dove ho vissuto per 25 anni, pur mantenendo contatti e festival in Italia».

Racconta come, in quel luglio di quarant’anni fa, al Bagno Maria di Cesenatico, da un momento all’altro Franca Rame con la sua richiesta le cambiò la vita. È l’istinto del cambiamento la dote necessaria per una vita esaltante?

«Posso dire che da mio padre ho ereditato l’amore per il cambiamento, la curiosità spiccata, la fiducia nelle proprie forze. Sino all’incoscienza».

Fra lei e la celebre coppia c’era affinità politica; certo che la proposta che Franca le lanciò al volo in spiaggia, curare l’ufficio estero delle loro opere, è di quelle che tanti rincorrono per una vita.

«È un mistero il “perché io”, non saprei rispondere. Franca sapeva leggere e intuire il futuro, là dove molti non vedono, aveva questo dono. A me non spetta che esserle grato».

Soffermiamoci su Franca; nel 2019 sono caduti i 90 anni dalla nascita ma in pochi, compresa la “sua” Cesenatico, di cui era cittadina onoraria dal 1994, si sono adoperati per ricordarla. Eppure nel libro riporta che all’annuncio del Nobel nel 1997, Dario Fo commentò: «Per metà è di Franca».

«Di Cesenatico mi è dispiaciuto che alla notizia della morte, nel 2013, il Consiglio comunale avesse negato un minuto di silenzio. Di conseguenza anche i 90 anni sono passati nel silenzio. In tanti però la ricordano ancora con affetto, mentre giocava a carte con Lina Volonghi sotto l’ombrellone del Bagno Maria, o nel fare la spesa al mercato. Per Dario, ovviamente, nessuno poteva essere più importante e vitale di Franca».

Come si compensavano nella vita questi due infaticabili artisti?

«Erano un unicum. Lui era un attore, autore, scenografo, costumista, disegnatore di straordinario talento. Lei un’attrice, un’autrice e militante dal fiuto politico eccezionale. La donna di cui Dario aveva bisogno. Dotata di un’intelligenza, personalità, conoscenza del mestiere come solo una “figlia d’arte” poteva avere. Naturalmente il successo di Franca Rame era dovuto anche ai contenuti, alla scelta coraggiosa di temi femminili e sociali che hanno fatto di lei l’interprete più efficace, originale e significativa di conflitti, disagi, momenti di rivolta e contestazione femminile giunti sulla scena. Era una farfalla che punge».

A un certo punto Franca dice del marito: «Dario ha uno sdoppiamento, riesce a pensare come me, come una donna».

«Dario sapeva ascoltare, poi trasformava l’ascolto in linguaggio teatrale adattandolo al personaggio, maschio o femmina che fosse. Più che “sdoppiamento” era una forma mentale. Sostituiva la sua realistica presenza con una immaginazione non conformista, rimanendo credibile. Era un grande drammaturgo, come Molière o Goldoni. Credo che molti problemi nella lotta di genere risiedano nella mancanza di immaginazione, creatività, generosità, vivi in Dario».

Fra le tante virtù di Dario e Franca, quali ha sentito più forti?

«La loro autenticità, la verità che non nascondevano mai, né a se stessi né agli altri. Dario e Franca erano una coppia conosciuta in tutto il mondo che ci ha insegnato come in teatro e nella vita l’onore sia nel vero».

Quali invece i difetti, forse l’animosità “furiosa”?

«No. L’aggettivo “furioso” l’ho scelto in chiave parodistica dall’Orlando dell’Ariosto. È una cifra retorica che riguarda gli obbiettivi, lo stile e i bersagli della loro satira sociale, più che la loro personalità. Basta pensare alla figura del Matto in Morte accidentale di un anarchico, o di “Maria alla croce” in Mistero buffo. Nella vita quotidiana erano calmi e tranquilli anche se oggetto di attacchi, censure, violenze orribili e ripetute. Franca è stata sequestrata e violentata da un gruppo di fascisti con la complicità delle forze dell’ordine. Questo non va mai dimenticato».

“Il Dario furioso. Franca Rame e Dario Fo. Teatro, politica e cultura nell’Italia del Novecento”, Società editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2020, pp. 128, illustrato, euro 13

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