RAVENNA. «Quando devo entrare in una sala operatoria non mi chiedo di che partito sia il medico. Voglio sapere quanti interventi ha fatto e se sono andati a buon fine. Quello che conta è l’esperienza e capacità dimostrata e vale anche quando devi gestire una Regione. Su questo Stefano Bonaccini è misurabile. La Borgonzoni no». Vive a Bologna, Milena Gabanelli. E nel giorno in cui Ravenna e la Romagna si trovano ad essere il crocevia politico del Paese, si presta ad una chiacchierata con il Corriere Romagna, analizzando la comunicazione utilizzata dai candidati ma anche entrando nel merito. Approfondendo i temi caldi del voto regionale, intersecandoli con gli elementi di inchiesta che l’hanno vista fin qui impegnata. Rumors avevano parlato anche di una richiesta da parte del M5S a schierarla come loro candidata presidente, poi smentiti.

Gabanelli, lei è stata fra le prime ad analizzare la “Bestia” di Salvini (la struttura creata da Luca Morisi per attrarre il consenso, ndr) e la sua tecnica di comunicazione. In questo caso, calata su un’elezione comunque locale, trova differenze nella sua maniera di muoversi?
«No, abbiamo assistito alla trasposizione su scenario locale della comunicazione del leader della Lega. Si è mosso nello stesso modo, del resto qui si gioca una partita grossa. E infatti abbiamo visto come anche in questo caso fa leva sui temi più divisivi».

Pagherà?
«Beh, possiamo dire che si tratta di una tecnica con cui viene legittimata la parte più impulsiva delle persone, e scatta un meccanismo di identificazione, come quello di utilizzare linguaggi feroci che fino a pochi anni fa non avresti mai osato esprimere in pubblico. Perché lo vedi fare anche da chi ha assunto cariche pubbliche. Come è avvenuto con il gesto del “suono del citofono”».

Ritiene che con quell’azione si sia alzata l’asticella?
«Nell’atto in sé potrebbe non esserci nulla di male. Molti giornalisti lo fanno spesso, per esempio quando hai bisogno di verificare una notizia e il diretto interessato ti sfugge. Possiamo discutere se sia corretto o meno, di certo va fatto a ragion veduta e non “per sentito dire”».

Il tour di Bonaccini invece come lo giudica? Ha molto sottolineato la mancanza della sua contender e forse ha coperto le falle del suo partito.
«Beh, il suo partito in questo momento è piuttosto debole, non sono io a dirlo. Bonaccini ha comunque portato avanti una campagna sobria. Sicuramente non si può dire che la Regione sia stata malgovernata, certo poteva fare meglio e io ho puntato più volte il dito sulla sanità perché le eccellenze vanno preservate. E se la politica interferisce troppo sulle scelte dei primari, e se potenzi la sanità convenzionata privata finisce che sarà lei ad accaparrarsi gli interventi più remunerativi (forzandone l’appropriatezza), mentre il pubblico dovrà farsi carico del resto e via via si svuoterà dei suoi migliori medici».

Su questo tema c’è stato in effetti uno scontro fra il governatore uscente e la Lega, rispetto al quale Bonaccini rivendicava come nel 50 per cento dei casi in Lombardia le prestazioni sanitarie siano erogate da privati mentre in Emilia Romagna l’incidenza è molto più bassa…
«Ed è vero, ma l’allargamento agli imprenditori della sanità privata sta avanzando anche qui, ma non ce ne accorgiamo subito, gli effetti di queste tendenze li vedremo fra 10 anni. C’è da dire che sull’Istituto Ramazzini invece Bonaccini ha fatto una scelta opposta e lodevole, di cui si è parlato pochissimo».

Che cosa intende?
«Si tratta di uno degli Istituti di ricerca primaria più prestigiosi a livello internazionale, e indipendente. Nella sua storia ci sono i test sul Cvm (che hanno obbligato l’industria chimica mondiale a cambiare i sistemi di produzione della plastica), quelli definitivi sulla cancerogenecità dell’amianto, benzene, formaldeide. E’ sovvenzionato solo da benefattori e dal cinque per mille. Bonaccini ha chiesto l’accreditamento Irccs e questo vuol dire che i nostri migliori ricercatori potranno restare in Italia invece di espatriare. Penso che questa sia una scelta che segna in modo più nobile e concreto un’idea di società rispetto al suono di un citofono»

Una parte consistente della polemica politica è stata anche sull’occupazione televisiva delle forze politiche. Il Pd si è molto lamentato in tal senso, sia per l’inserimento nell’anterprima di Porta a Porta di un brano dell’intervista a Salvini come per i 40 minuti concessi al leader leghista su CartaBianca, su Rai3, senza contraddittorio. Che ne pensa?
«Esiste la par condicio e va rispettata, se ci sono violazioni l’Agcom deve sanzionare. Un conduttore può decidere di avere solo un ospite alla volta, l’importante è che durante il periodo elettorale sia riservato a tutti i candidati lo stesso spazio. Poi c’è il meccanismo degli ascolti, e questo è un altro discorso. Chiamare Salvini significa prendersi indirettamente i benefici della sua potente macchina social che fà risonanza al programma e porta pubblico. E poi la scelta di temi che fanno leva sulla pancia della gente fanno più audience di quelli ponderati. Se qualcuno si spoglia per strada tu ti fermi a guardarlo, anche se è osceno».

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