Il volontario rapinato dalla baby gang a Ravenna: “Ero paralizzato”

RAVENNA. «Mentre mi prendevano a calci, da terra gli ripetevo “che cosa fate, andate via”. Non mi capacitavo che stesse accadendo a me una cosa simile, ero paralizzato, non riuscivo a urlare». È un episodio che lascia il segno quello raccontato dal volontario 23enne pestato e rapinato lunedì pomeriggio da quattro ragazzini proprio mentre stava tornando a casa in bicicletta dopo avere terminato il turno di consegna dei farmaci a domicilio. Un ricordo che fa male, almeno quanto i lividi e le contusioni ancora visibili, e quel mal di testa dovuto al trauma cranico che gli è costato 25 giorni di prognosi. Dice di non conoscere i tre dei quattro aggressori – tutti minorenni tra i 14 e il 17 anni – che sono stati arrestati. Sono in corso invece le indagini da parte dei carabinieri per individuare il quarto aggressore, riuscito a fuggire. Per tutelare l’incolumità della vittima – ravennate, da tempo impegnata nel volontariato – non riveliamo la sua identità. Lui, disponibile, risponde. Nonostante il trauma, non vede l’ora di rimettersi in sella per fare la sua parte in un momento in cui sono proprio i giovani a poter fare la differenza.

Partiamo dai fatti. Che cosa è successo lunedì mattina?

«Stavo tornando a casa in bicicletta e avevo appena finito il turno di consegna dei farmaci. Ero sulla ciclabile e ho incrociato tre ragazzi che mi sono venuti incontro. Io mi sono fermato, pensavo mi volessero chiedere una sigaretta, invece mi hanno intimato di dargli i soldi. Io ho detto che non ne avevo, ho mentito. Non mi aspettavo che mi colpissero».

Come ti hanno colpito?

«Mi hanno buttato giù dalla bici, il primo colpo è stato un calcio nelle costole che mi ha piegato in due. Quando ho visto anche il sangue addosso ai vestiti ho avuto paura di essere stato ferito. È stato rincuorante quando ho capito che in realtà era di uno di loro… si era ferito rompendo una bottiglia di vetro per minacciarmi».

Hai reagito in qualche modo?

«Non sono una persona che alza le mani, odio la violenza, non riuscirei neanche avendo la possibilità di farlo. Non so, mi blocco, non riesco. Ho pensato, li lascio sfogare e vedo che cosa riesco a fare poi».

Poi è intervenuto qualcuno…

«Ringrazio che è arrivato un signore: vedendolo si sono fermati, ma non si è avvicinato. Anzi, quando se ne sono andati mi ha sconsigliato di chiamare le forze dell’ordine».

Davvero?

«Sì, penso perché quando hanno smesso di picchiarmi, quei ragazzi non sono scappati subito ma sono rimasti lì a minacciarmi. Uno diceva che mi avrebbe “scarnificato” se avessi chiamato il 112. Poi quando hanno visto che telefonavo davvero sono fuggiti».

Li conoscevi? Non è che c’erano altri conti in sospeso?

«Assolutamente no. Sono tutti molto più giovani di me. Non so come, ma sono anche stato contattato dalla sorella di uno di loro che mi ha chiesto come fossero andate le cose. Sembrava dispiaciuta».

Ti era mai capitata una cosa del genere?

«Mai. Ho viaggiato molto, sono stato due mesi in Francia, mai capitato nulla di simile. Un’altra volta proprio a Ravenna due stranieri mi hanno rubato il portafogli, ma senza toccarmi».

Perché tanta violenza allora, per rubare uno zaino?

«Non saprei. Anch’io sono passato da poco da quell’età. Ci si sente di potere essere al di sopra di tutto e di tutti. Secondo me si sono fatti trascinare dal branco».

Adesso hai paura?

«Più che altro ho male alla testa, alle costole e alla gamba destra. Mia mamma mi ha detto che ho avuto coraggio a denunciarli e a inseguirli mentre chiamavo i carabinieri. Ma tra una settimana, se sto meglio, voglio tornare a fare volontariato».

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