Poeta polimorfo e frammentato, anima complessa e sfaccettata, spirito creativo dai tratti simili a Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e agli altri decadenti francesi, uomo dalla sensibilità profonda e ondivaga e dalla mente devastata dalla follia: di Dino Campana si è detto e scritto di tutto, ma lo si è fatto spesso evidenziandone solo i tratti più ombrosi, quelle tinte scure che ne connotarono certamente l’esistenza, conclusasi nel 1932 al momento delle dimissioni dall’ospedale psichiatrico di Castel Pulci, ove era stato internato dopo aver trascorso lunghi periodi anche in altre strutture per malati mentali.
Il poeta – nato nel 1885 a Marradi, sull’appennino tosco-romagnolo – conobbe una vita intensa in cui, dopo ginnasio e liceo a Faenza, e dopo aver inizialmente frequentato la facoltà bolognese di Chimica, seguì la sua passione per l’arte versificatoria, un amore totalizzante e assoluto che finì per garantirgli un posto tra i grandi poeti del Novecento e per inglobare ogni aspetto della sua tormentata esistenza, sostenendolo in ogni istante: in occasione dei frequenti episodi di aggressività che spesso si concludevano con un internamento coatto (la prima volta fu nel 1905 a Imola), nell’amore sconvolgente con la scrittrice Sibilla Aleramo, durante i viaggi in Svizzera, Francia, Belgio fino al misterioso excursus del 1907 nel lontano Sudamerica che lo riportò in patria dopo oltre un anno e mezzo.
Campana fu un letterato prolifico, i cui scritti furono in gran parte pubblicati postumi, un poeta capace di creare componimenti complessi, dotati di una stratificazione di senso articolata e di una musicalità in grado di incantare e trasportare nei luoghi misteriosi della mente umana, ove le emozioni sono in grado di scuotere, incrinare e squassare l’animo del lettore.
Uno degli studiosi italiani che ha dedicato gran parte della sua produzione editoriale al poeta di Marradi è Gianni Turchetta, italianista salernitano (classe 1958), che insegna all’Università Statale di Milano ove è professore di Letteratura italiana contemporanea. Si è occupato di critica letteraria, narratologia e di diversi autori italiani, firmando lavori su D’Annunzio, Svevo, Pirandello, Consolo, ma fil rouge del suo lavoro è stata certamente la passione per Campana, che costituisce per lo studioso uno dei principali oggetti di interesse.
Dopo aver firmato numerosi testi incentrati sul poeta di Marradi, dedicati a ricostruirne tutta la complessità degli scritti e la tumultuosa personalità, esce quest’anno “Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta” (pag. 292, 2020, Bompiani), l’ultimo certosino lavoro dello storiografo, in cui lo scrittore racconta – con scrittura rigorosa e al tempo stesso suggestiva – la parabola tormentata del poeta e ne evidenzia quell’eccezionalità che traspare dagli scritti e da una vita vissuta con intensità, tra grandi passioni e grandi dolori, viaggiando tantissimo e incontrando spesso la resistenza delle autorità che lo fermavano per vagabondaggio o aggressività, fino a giungere al definitivo internamento in manicomio nel gennaio 1918.
Turchetta, quale è stata la scintilla originaria del suo amore per il poeta de “La chimera”?
«Nel remoto 1973 ero un adolescente normalmente tormentato, carico di emozioni violente e di voglia di esprimerle. Al Liceo Classico Beccaria di Milano rimasi affascinato da diversi poeti – in particolare da Baudelaire – che mi aprivano mondi di espressività mai sospettati: sentivo che quelle poesie parlavano anche di me, che mi consentivano di dare corpo ai miei sentimenti e ai miei fantasmi. Cominciai a leggere componimenti di poeti diversi, da Garcia Lorca a Neruda, da Prévert a Brecht, dall’Espressionismo tedesco alla poesia francese del Simbolismo, finché mi avvicinai anche alla poesia italiana: all’interno della provocatoria e autorevolissima antologia di Edoardo Sanguineti, nel 1974 arrivai all’espressionismo vociano e a La Chimera che mi sconvolse. Fu un amore a prima vista, che non mi ha mai più lasciato, che mi accompagnerà per tutta la vita e che mi condusse anche – allievo del grande critico Vittorio Spinazzola, mio maestro, mancato lo scorso 5 febbraio – a specializzarmi nel 1983 con una tesi successivamente premiata con il “Premio Dino Campana per tesi di laurea inedita”, istituito dal Comune di Marradi».
«Nel 1985 il giovane Marco Zapparoli, fondatore di Marcos y Marcos, che stava progettando di pubblicare una biografia di Campana in occasione del centenario della sua nascita – prosegue Turchetta –, mi propose un contratto e così a soli venticinque anni divenni biografo su commissione del poeta che tanto amavo: Dino Campana, biografia di un poeta – libro diversissimo dal mio ultimo lavoro, anche se le tesi portanti non sono cambiate – mi condusse ad arricchire e aggiornare la biografia, dopo essermi occupato nel 1989 di un’edizione dei Canti orfici uscita sempre per l’editore milanese, nel 1990 per Marcos y Marcos e nel 2003 per Feltrinelli».
“Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta”, uscito con un titolo ossimorico molto significativo, evidenzia non solo le “ombre” presenti nella vita e nell’opera del poeta – problematiche esistenziali legate non tanto al suo essere “sconfitto” quanto piuttosto alle dinamiche tormentate della sua epoca – bensì la capacità di creare poesie dotate di estrema vitalità, in cui sovente ricorrono i termini “felicità”, “gioia”, “serenità” e in cui Campana supera l’ineffabile, il mistico e l’incomprensibile visti dai più nella sua parabola esistenziale, per regalare al lettore momenti di grande intensità e godimento estatico.

Quale è stata l’esegesi e quali le finalità sottese al suo libro, in cui si evince il desiderio di superare l’ormai scontata sovrapposizione tra vita privata del poeta e sua produzione letteraria?
«Il punto di partenza è stato il bisogno di mettere fine, se possibile per sempre, ai molti equivoci che da sempre sono nati intorno a Campana, fraintendimenti nati dallo squilibrio della sua biografia, ma sorti anche da certi resistenti stereotipi, che ne distorsero la drammatica vicenda: in primis il mito dell’ispirazione, l’idea che il poeta scriva trascinato da un’onda emotiva ingovernabile, che lo travolge come se fosse afferrato da un dio, archetipo che – chiunque frequenti le carte dei poeti – vede vacillare proprio perché in realtà la cosiddetta “ispirazione” è di solito il risultato di un paziente lavoro di correzione e di riscrittura di norma lungo e potenzialmente infinito, in cui anche quella che alla fine può apparire come un’intuizione istantanea, è il risultato di una lunga concentrazione, che accende sempre più la profondità della conoscenza e il controllo degli stessi strumenti formali. Il mito dell’ispirazione si è poi affiancato alla convinzione che lo squilibrio psichico sia una condizione di favore per la poesia e in genere per l’arte, ma è vero piuttosto il contrario, e cioè che persone di grande talento rischiano di più di cadere nella nevrosi, compromettendo la propria dote: come insegna Michel Foucault, “dove c’è opera non c’è follia”, e cioè non solo la poesia non coincide con la follia, ma la nevrosi la danneggia e alla fine la impedisce. Non a caso, quando Campana peggiorava, non riusciva più a scrivere e durante l’internamento non scrisse mai: “Scrivere non posso, i miei nervi non lo tollerano più” confessò nel 1916 in una lettera a Mario Novaro. Ancora, la critica è caduta spesso nella tentazione di confondere l’ossessione variantistica di Campana con un effetto del suo squilibrio psichico, ma in realtà il poeta correggeva di continuo semplicemente perché così fanno tutti gli scrittori veri, non certo perché pazzo. L’esito sventurato della vita di Campana è l’unico motivo per cui non gli si concede di essere studiato nel modo più corretto e naturale, come uno scrittore, non diverso da tutti gli altri. È necessario capire meglio che cosa è stata la sua vita, certamente “oscura” perché dolorosa e tragica, ma anche indiscutibilmente “luminosa”, perché ha saputo lasciarci in dono la sua poesia. I Canti orfici sono la vittoria della tenacia, della passione, della cultura e del talento di Campana sui conflitti che agitavano lui e il suo mondo. Infine, è necessario smetterla di considerare il poeta di Marradi un poète maudit, perché non ha mai fatto della propria condizione di squilibrio una poetica o una bandiera, ma l’ha solo patita. Allo stesso tempo, è stato anche un uomo capace di gioire e anche per questo ci affascina, perché ci parla della bellezza dell’esistenza, che contiene anche il dolore».
Campana sosteneva che per lui la scrittura avesse il dovere di trovare una “giustificazione” della propria vita, affermazione che sottolinea la necessità di vedere nella poesia lo strumento per dare valore all’esistenza. In che modo questa visione della vita – in un certo senso così serenamente fatalista – si inserisce all’interno dell’analisi condotta dal suo ultimo lavoro?
«Campana vede nell’arte un luogo privilegiato della manifestazione della verità, strumento al tempo stesso per raggiungerla e per esprimerla: fare poesia è per lui uno scopo fondamentale, un valido motivo per vivere; il poeta di Marradi pensa che – arrivato all’arte poetica – qualsiasi cosa gli succederà, sarà comunque riuscito a dare un senso alla propria stessa vita. La sua accettazione “serenamente fatalista” mette in gioco varie dimensioni: anzitutto la percezione entusiastica della bellezza del mondo, che la poesia ha il compito di mettere in scena. Al tempo stesso Campana, sulla scia di Nietzsche, ha una percezione tragica della realtà – irriducibilmente contraddittoria – e pensa che “Dio è morto”, cioè che non ci sono valori trascendenti, verità assolute che sole darebbero senso alla realtà, piuttosto essa non ha senso come non ha divinità, ma questo non è un difetto, è semplicemente quanto dobbiamo constatare per riuscire a valorizzare il mondo così com’è, nella sua “terribilità” e insieme nella sua meravigliosa bellezza. Nel momento in cui ci rendiamo conto dell’insensatezza del mondo, possiamo anche comprendere che non c’è bisogno di un significato oltre le cose: la vita va apprezzata in sé, non perché c’è qualcos’altro “oltre” o “dopo” che la giustifica, ed è questo il senso del geniale aforisma di L’incontro di Regolo, “ogni fenomeno è per sé sereno” perché non c’è il velo di Maia dell’apparenza, l’essere e la sua verità è davanti a noi, e va accettato per quel che è. Nell’essere ci sono anche il dolore e la lacerazione, e vanno accolti come parte inevitabile della realtà. Per il poeta, la sua personale verità consiste proprio nel raggiungere la poesia, il suo destino, che Campana racconta in modo estremamente coerente, dichiarando la propria sofferenza, senza cercare compassione, e senza fare di quel dolore un’esibizione, una poetica».

Nato nel 1885 sull’Appennino tosco-romagnolo, coltissimo (pensiamo alla sua conoscenza della psicanalisi, che lo condusse a proporre a Lacerba la traduzione italiana del saggio “Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci” scritto da Freud), capace di un’analisi dell’animo umano fuori dal comune, Campana dimostra tuttora di saper coinvolgere i lettori, anche giovanissimi. Quali aspetti fanno di lui un intellettuale anche oggi ricco di messaggi validissimi per il presente?
«I Canti orfici mettono in scena un’esperienza che costruisce le proprie regole via via che si realizza, e che le cambia in continuazione: questo dinamismo formale si sovrappone alla presenza ossessiva di ripetizioni, a un peculiare infinito ripetersi delle stesse strutture e delle stesse immagini, che fa sì che tutto appaia in perenne movimento e al tempo stesso riconducibile a pochissime costanti. Questa percezione della poesia e del mondo non è un fatto tutto personale, ma mette radici in un sentire collettivo, dove convivono un’irriducibile ambivalenza emotiva e una costante tensione verso un limite irraggiungibile, con una rappresentazione conseguente di sentimenti che conosciamo bene, perché sono anche nostri. Nella sua poesia vediamo infatti convivere da un lato la valorizzazione del mondo – con la conquista senza sosta di nuove possibilità vitali – ma dall’altro anche un’ansia permanente, con l’incombere della perdita, una percezione di infinite possibilità e insieme di infiniti pericoli, una visione che il critico americano Marshall Berman ha definito l’“esperienza della modernità”. La poesia di Campana ci colpisce così nel profondo perché il suo permanente dinamismo, quell’impossibilità di placarsi in un qualsiasi luogo, assomiglia alla nostra condizione quotidiana, al nostro costante oscillare fra esaltazione e depressione. E Campana ci parla così intensamente non perché “strano” ma, al contrario, perché ha saputo mostrare le dinamiche profonde della nostra emotività. Proprio perché nei suoi testi tutto è instabile, essi scavano nello sradicamento e nella “fluidificazione” dell’identità, oggi ancora più diffusi che cent’anni fa: per questo penso che Campana sia destinato a una nuova fortuna e non a caso piaccia moltissimo alle giovani generazioni».

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