Medico di medicina generale, Ignazio Palazzi, che è anche assessore a Mercato Saraceno, è il referente provinciale dell’Usca, l’Unità speciale di continuità assistenziale. Si tratta di una squadra di oltre 20 medici tra Forlì e Cesena, che assistono a domicilio i pazienti malati di coronavirus o sospetti malati. L’attività di coordinamento viene svolta da Palazzi prevalentemente nel Cesenate, mentre un sotto-referente lo affianca nella gestione del Forlivese.

Tre linee di difesa coordinate

Quella della gestione del contagio è una catena fatta di tanti anelli: «I medici di medicina generale sono la nostra prima linea di difesa – spiega Ignazio Palazzi – Loro fanno la segnalazione al Dipartimento di Igiene pubblica, che prende in carico segnalazione e organizza il tampone». È l’Igiene pubblica, in caso di positività, ad occuparsi dell’intervista epidemiologica per identificare le persone a rischio e metterle in isolamento. Noi entriamo in campo quando un positivo comincia a sviluppare i sintomi. La segnalazione può arrivare dai medici di medicina generale, dall’igiene pubblica tramite la sorveglianza attiva, oppure tramite il 118. Entriamo in campo andando al domicilio del paziente per fare la valutazione clinica. Abbiamo anche l’ecografo: al momento è uno solo, ma di settimana in settimana stiamo potenziando il servizio, l’organico e le persone in turno».

La funzione delle visite a casa

In questo periodo – racconta Palazzi – «facciamo mediamente una ventina di visite al giorno. Il nostro ruolo è quello di identificare le persone a maggior rischio e capire quando invece i casi possono essere gestiti a casa, così da alleggerire le strutture ospedaliere».

L’esperienza accumulata in questi mesi è stata fondamentale: «Ora conosciamo meglio la malattia, abbiamo più confidenza con i tempi della sua evoluzione e con le fasi di rischio, e questo ci consente di gestirla meglio».

Una lezione ancora da imparare

Quello che invece, come comunità tutta, non si è ancora imparato abbastanza «è che il virus è entrato a far parte del nostro ecosistema, è una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Questa estate è scattato una sorta di meccanismo di rimozione psicologica e ne sono derivati comportamenti non adeguati che abbiamo visto fino a settembre-ottobre. Questo ha portato ad avere un numero di casi importante». E con l’aumento dei contagi sale l’allerta per la tenuta del sistema sanitario: «Oggi il sistema sta reggendo, ma è fortemente sotto pressione».

Il rapporto col paziente

Far parte della squadra Usca significa spesso essere anche il punto di contatto più umano e più diretto tra paziente e sistema sanitario: «È un modo di approcciarsi al paziente molto diverso. Quando vai a casa di una persona sei un’ospite, entri in ambiente intimo. Come medico dell’Usca entri in contatto con loro anche fisicamente, perché sei protetto e te lo puoi permettere». Capita in queste visite di imbattersi anche in ansie e paure: «Credo che l’eccesso di informazione di questi mesi non aiuti. Capita di notare una riduzione del tono dell’umore, c’è il senso di sconforto di chi si chiede perché gli sia capitata questa cosa, il senso di colpa di chi teme di contagiare gli altri e anche la paura, specie quando non si sta bene, che la malattia possa evolvere e le cose possano non andare bene».

Come reagire al virus

«Quello che cerco sempre di far capire ai pazienti che visito – prosegue Palazzi – è che non bisogna lasciare spazio psicologico al virus. Li esorto ad ascoltare della musica, leggere un libro, guardare quel film che rimandavano da tempo, avere paura è normale e capitano anche i momenti in cui si sta meno bene, ma è importante reagire». Importante anche il lavoro fatto con i familiari: «In generale quello che cerchiamo di fare è mettere le persone nelle condizioni di gestire al meglio la situazione, senza andare in panico, dandogli gli strumenti per capire quando è necessaria una seconda visita, o quando è meglio chiamare il 118. Siamo in costante contatto con i medici di medicina generale, con cui ci confrontiamo al termine di ogni visita».

Medici di base sotto stress

La collaborazione «a tutti i livelli» – testimonia il medico mercatese – è piena e proficua, «stiamo cercando di comportarci come un unico organismo». Insieme al Dipartimento di Igiene pubblica, i medici di base sono tra le categorie più sotto pressione: «Hanno un carico di lavoro altissimo, più che a marzo e aprile, perché il lockdown in quel caso ci aveva salvato. In quel periodo capitava di avere 3-4 pazienti positivi, oggi che c’è più libertà di movimento e che il virus ha una diffusione molto più veloce, ci sono medici che ne hanno 30-40. Il consumo di energia per gestire queste situazioni è altissimo e capita di sentire medici in grande difficoltà interiore».

Non tutti i casi sono uguali: «Ci sono medici bravissimi, qualcuno che magari sottostima alcune situazioni, ma credo che sia anche normale. Quello che mi sento di dire è che tutti stanno dando il meglio che possono».

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