Virus Ravenna, grandi imprese chiudono. Si teme tracollo fatturati

Virus Ravenna, grandi imprese chiudono. Si teme tracollo fatturati
Lo stabilimento di Ravenna della Marcegaglia

RAVENNA. Il decreto è firmato e domani sarà realtà nel Paese. Le associazioni di impresa del Ravennate cercano di capire quali siano le reali implicazioni del provvedimento del governo. In particolare, appurare chi deve chiudere effettivamente, e chi no. Molti però lo faranno indipendentemente dal codice Ateco a cui è riconducibile l’impresa: «Tanti stanno valutando la chiusura e potrebbero serrare i battenti, semplicemente perché non hanno ordini». Tomaso Tarozzi, presidente della delegazione ravennate in Confindustria Romagna descrive una situazione complessa: «C’è chi dovrà interrompere l’attività perché non avrebbe lavoro, chi invece ne avrebbe ma dovrà adeguarsi ai termini del decreto». E ribadisce la posizione di Confindustria: «Non ci sono ancora dati accorpati, ma da quello che abbiamo riscontrato finora i contagi nelle aziende sono pochissimi. Il 98 per cento avviene all’esterno, dove la situazione è meno governabile – sostiene Tarozzi -. Nelle nostre imprese invece riscontriamo un utilizzo dei presidi sanitari importante, anche ulteriore a quelle che sono le disposizioni delle autorità sanitarie». La strategia doveva, secondo il dirigente di Confindustria, essere più articolata: «Rendere tutta Italia zona arancione ha uniformato le misure nel Paese, ma noi avremmo ritenuto più efficace una concentrazione degli sforzi nelle zone dove si riscontravano i focolai, per governare meglio la situazione. I livelli di rischio andavano differenziati: Rimini o Medicina vanno giustamente sigillate. Per altri territori le misure potevano essere differenti». Ora, tra le altre, saranno anche Marcegaglia, Bucci Group (l’azienda di cui Tarozzi è Ad) e Vulcaflex a chiudere per 15 giorni: «Ma dobbiamo già pensare a una ripartenza: dovremo ricostruire e se anche ora appare una bestemmia vanno valutate delle strategie. Piani di investimento per i prossimi mesi, a partire dalle infrastrutture». Ma se l’emergenza perdurasse oltre i prossimi due o tre mesi «sarebbe minato anche il secondo semestre. L’impatto sarà comunque forte, ma ce la faremo». Il direttore di Cna, Massimo Mazzavillani, parte da un presupposto un po’ differente: «La premessa è che il decreto va nella direzione di contenere il contagio: il primo obiettivo è risolvere l’emergenza sanitaria. C’è però una certa confusione nel capire chi deve effettivamente chiudere e senza polemiche siamo in contatto con Prefettura ed enti ministeriali per dare interpretazioni chiare ai nostri associati». E in un paio di casistiche Mazzavillani si augura che si vada nella direzione auspicabile: «Cantieristica, lavori edili: a quanto pare dovrebbero sospendere. Ma alcuni lavori sono urgenti per la messa in sicurezza di edifici, pubblici o privati. O per la tutela del territorio. In quei casi bisognerebbe proseguire». C’è poi un’ulteriore specificità: «Almeno una decina di aziende del comparto del confezionamento per il tessile si stanno riconvertendo per produrre mascherine. Da decreto si fermerebbero, ma hanno ordinativi anche da enti pubblici. Questi elementi vanno in queste ore valutati».

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