Vino, i “bianchi di Romagna” vogliono farsi conoscere

In Romagna c’è un mondo enologico che ruota intorno ai bianchi, o meglio che vuole in qualche modo far emergere la quota di qualità che contraddistingue la parte forse meno nota e fin qui meno valorizzata della produzione enologica romagnola. E così i produttori di bianchi si “coalizzano”, su più fronti della Romagna, e mettono in campo strategie comuni per parlare di qualità e territori all’unisono. Dati del Consorzio vini di Romagna alla mano, la produzione complessiva dei bianchi si attesta sul milione e 300mila bottiglie per 88mila tonnellate di uve prodotte. Difficile quindi passare inosservati, ma non più solo per la mole, da adesso, è questa la scommessa, i bianchi voglio imporsi più per la loro silhouette gustativa.

Il Club dei bianchi

Il Club dei bianchi è un progetto nato qualche anno fa che oggi si rilancia con una compagine aggiornata di dodici cantine, di diverse zone della Romagna enologica, di dimensioni e anche filosofie produttive diverse, accomunate però dall’intenzione di far conoscere i loro “bianchi” coltivandone, oltre che le vigne, anche la reputazione, favorendone la conoscenza e la diffusione. Le cantine sono: Ballardini (Forlì), Branchini (Imola), Celli (Bertinoro, Forlì), Fondo San Giuseppe (Brisighella, Ravenna), Merlotta (Imola), Monticino Rosso (Imola), Randi (Fusignano, Ravenna), Tenuta Saiano (Torriana, Rimini), Tenute d’Italia (Imola), Tenuta Uccellina (Russi, Ravenna), Tenuta Masselina (Castelbolognese, Ravenna), Zavalloni (Cesena).

Il contesto

«Da oltre un decennio i vini di Romagna hanno alzato con decisione l’asticella di qualità e piacevolezza mantenendo allo stesso tempo un buon rapporto qualità-prezzo –sottolinea Maurizio Magni di agenzia Prima Pagina che promuove il gruppo e ha proposto in queste settimane una degustazione – webinar a distanza di alcune cantine –. Il percepito del vino romagnolo, però, a livello nazionale e in parte nella stessa Romagna, rimane al di sotto dell’effettivo valore del prodotto». Magni la vede forse ancora più nera di quello che è, perché è vero che magari l’attenzione può crescere, ma nelle carte dei ristoranti, ammesso che possano riaprire, sempre più spesso ultimamente la sezione bianchi di Romagna aveva preso piede, capeggiata dall’Albana.

Mondo bianco

Il “mondo bianco” romagnolo comunque esiste, è indubbio. E ha molte sfaccettature, dettate non solo dalla varietà di vitigni autoctoni, ma anche da una molteplicità di stili che a volte può confondere, ma in fondo si può sempre coltivare l’idea che la diversità sia anche fonte di ricchezza e possibilità. Il tour dei vini e vitigni bianchi di Romagna comincia giocoforza dalla Albana, prosegue con il ritrovato Trebbiano (il vitigno più diffuso con quasi 14.200 ettari coltivati), protagonista negli ultimi anni della nuova Doc ‘Romagna Spumante’ che apre al Trebbiano un futuro a bollicine, grazie anche marchio collettivo Novebolle, ma anche di vinificazioni di nicchia e di grande pregio come quelle di fondo San Giuseppe di Brisighella. Due facce di una stessa terra produttiva. C’è poi il grechetto gentile, che sui colli di Rimini prende il nome di Rebola, mentre a Imola, e sui colli bolognesi, diventa Pignoletto. Il Pagadebit (bombino bianco) che fa risuonare l’accento di Romagna. Poi ci sono i vitigni minori e quelli riscoperti che si stanno facendo spazio a gomitate e che forse meriterebbero una narrazione più pop e giovane, giocosa come i loro profumi e i livelli aromatici spinti come il Famoso (detto Rambèla, nella Bassa Romagna). E poi gli internazionali, Pinot bianco, Sauvignon blanc, Riesling o Chardonnay che hanno trovato il loro habitat anche nei terroir romagnoli, donando vini a volte eleganti ed anche eccellenti. «La conferma di una domanda arriva dai dati nazionali che vedono già dal 2017 come la produzione dei bianchi con il 54,1% ha superata quella dei rossi, ferma al 45,9, (fonte Wine Monitor Nomisma), con l’Italia seconda solo agli Stati Uniti per il consumo di vino bianco –sottolineano i promotori del Club di Prima Pagina –. Una rivoluzione che dipende da fattori sociali e dai cambiamenti climatici che hanno dilatato la stagione calda spostando in avanti il consumo dei vini rossi».

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