Vinitaly, un ritorno in grande stile “Che emozione”

La fiera di Verona torna ad aprire le porte ai produttori di vino. E dopo due anni di stop, la ripartenza è in grande stile, con 4.400 aziende provenienti da 19 nazioni pronte a mostrare il frutto del proprio lavoro agli appassionati e agli addetti ai lavori. Il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese, questo momento non vedeva l’ora che arrivasse e oggi è pronto a dare il via alle danze.

Qual è la sensazione generale?

«Non nascondo che c’è una certa emozione nel ritrovarsi di nuovo insieme a Vinitaly per questa edizione numero 54, che si sarebbe dovuta svolgere nel 2020. I due anni trascorsi, comunque, non ci hanno visti inerti, ma impegnati su tre direttrici principali: il rafforzamento del presidio di Vinitaly sui principali mercati obiettivo per il vino italiano, compreso quello domestico, l’ulteriore potenziamento della manifestazione in chiave di sviluppo e il consolidamento del rapporto con i nostri stakeholder a partire dalle aziende, le artefici del successo del vino tricolore su scala globale».

Quali saranno le novità di quest’anno?

«Tra le novità dedicate al business, spicca sicuramente l’iniziativa di incoming di “buyer tailor made”, ossia selezionati direttamente dai produttori e invitati da Veronafiere. Uno sforzo, anche in termini economici, che ci consente di ampliare ancora di più la platea professionale internazionale. Anche le tendenze entrano a pieno titolo nell’agenda di Vinitaly, con diverse “aree start up” avviate quest’anno come Micro-mega wines, la nuova sezione sulle produzioni di piccoli volumi e di nicchia, a tiratura limitata e di altissima qualità. Infine, l’importante new entry dell’orange Wine Festival di Izola, in Slovenia, con cui sigleremo una partnership pluriennale».

Cosa vi aspettate da questo Vinitaly sul fronte degli arrivi dall’estero?

«È di sicuro un Vinitaly caratterizzato da grande internazionalità, con oltre 700 top buyer da 50 paesi accreditati. Abbiamo la delegazione più numerosa di sempre dal Nord America. Anche Giappone, Singapore, Thailandia, Malaysia ma anche Corea del Sud e Cina sono accreditate. Positiva la risposta dal Sud-America, con operatori da 10 Stati sui 12 della macroregione. Abbiamo poi collettive professionali da Mozambico, Kenya, Etiopia, Camerun e Angola. E dall’Europa con le delegazioni di Germania e dei Paesi del Nord, con Danimarca e Svezia in primis, tra le più numerose».

Luca Gardini, il noto critico romagnolo, dice che il vino è prima di tutto condivisione. E la condivisione, per sua natura, non può essere filtrata da un video. Lei cosa ne pensa? On e offline come possono dialogare sul vino?

«Concordo su questo punto: il vino è umanità, convivialità, relazione. Il calore umano dell’evento in presenza sarà sempre centrale, ma la sua potenza sarà amplificata dalle possibilità offerte dal mondo online. Semplicemente i modelli di business e marketing tradizionali vanno sempre più integrati con le nuove frontiere dell’esperienza digitale, quel famoso “phigital” di cui si parla tanto. Il 60% delle aziende e degli operatori, nonostante il boom di eventi online, webinar e riunioni su Zoom a cui ci ha abituato il Covid, è però concorde nell’affermare che le fiere fisiche saranno ugualmente importanti nel futuro. E il 30% sostiene che diventeranno ancora più utili, nello scenario post pandemia».

Il 2021, numericamente parlando è stato un anno d’oro per il vino italiano, specialmente per quanto riguarda l’export. Come legge questi dati?

«Il nostro Paese è il maggior produttore di vino nel mondo: quasi un quinto del vino prodotto a livello globale viene dal nostro Paese, per l’esattezza il 18,5%. Il settore è costituito da 130 mila imprese agricole, con 45.631 aziende vinificatrici e 1,3 milioni di addetti per un fatturato complessivo di 14,5 miliardi di euro. L’export, secondo l’elaborazione dei dati Istat effettuata dall’osservatorio Vinitaly-Ismea-Unione Italiana Vini, ha segnato nel 2021 il record storico per il commercio di vino italiano nel mondo con un valore complessivo di 7,1 miliardi di euro, pari a una crescita del 12,4%».

Il vino è anche cultura a un’etica di sostenibilità. Come sta vedendo evolvere tutto questo?

«Si tratta di fattori che ormai riguardano il modo di far impresa, ma anche le scelte dei consumatori. Ce lo ha confermato proprio l’indagine “Gli italiani e il vino” realizzata dall’osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. I dati indicano una crescita dell’indice di gradimento per i vini biologici e sostenibili che conquistano il primo posto tra i prodotti indicati a maggior potenziale di crescita nei prossimi anni con il 27% delle preferenze. Una rivoluzione verde trainata dai Millennials (27-41 anni), la cui quota in favore delle scelte green sale a oltre il 32%. In particolare, è forte la motivazione sui vini sostenibili, con i consumatori disposti a spendere in media quasi il 10% in più pur di sposare la scelta etica. Un interesse che trova risposta in Vinitaly Bio, la vetrina di Vinitaly per i produttori che vogliono promuovere i propri vini biologici e che quest’anno vede la presenza di ben 115 espositori provenienti da tutte le regioni italiane, anche con il supporto di progetti europei a sostegno del settore bio».

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