«Caro Fellini, fa bene lei a stare dalla parte dei sogni, bisogna essere dei sogni come si è di un paese, tu di dove sei? Sono dei miei sogni».

Era piaciuta molto a Federico Fellini la lettera sopra i suoi sogni che aveva appositamente scritto lo scrittore Daniele Del Giudice per lo speciale numero della rivista Il Grifo del settembre 1991. Era quello il sesto numero su cui venivano quell’anno mensilmente pubblicati I sogni di Fellini. Ne comparvero una quindicina, disegni e testi, da aprile a dicembre. Non si trattò però di una semplice trascrizione, quanto di una elaborazione che lo stesso Fellini operò sui testi, tirando fuori dai cassetti i due volumi del cosiddetto Librone dei sogni, dove a partire dal 1960 e quasi ininterrottamente fino al 1982 aveva disegnato e scritto il contenuto dei propri viaggi onirici notturni (ora ripubblicato da Rizzoli).

Artefice dell’iniziativa fu il giornalista Vincenzo Mollica, che della rivista Il Grifo, fondata nel 1989 con l’editore Mauro Paganelli, era il direttore. La sua amicizia con il grande regista era sbocciata nel 1978. La passione per i fumetti li accomunava. Non poteva che essere incrocio di destini.

Mollica, come nacque l’iniziativa di pubblicare i sogni di Federico Fellini su “Il Grifo”?

«Quando nacque Il Grifo chiesi a Federico se aveva voglia di collaborare alla nuova rivista che era nata considerando il fumetto un’arte: il fumetto è un’arte era lo slogan con cui ci eravamo presentati. Lui ci pensò un po’ su, poi mi disse: “Mi è venuta un’idea: mi è venuta voglia di pubblicare qualcuno dei miei sogni”. Fu così che mi diede i due volumi del suo Libro dei sogni dicendomi di portarmeli a casa e scegliere i sogni che potevano interessare».

Fu un grande gesto di amicizia e di fiducia. Lei cosa pensò quando vide quei libri?

«Li lessi e rimasi incantato. Si favoleggiava già tanto su quei volumi. Capii che quello era il suo Codex da Vinci, nel Librone dei sogni c’era tutto Fellini».

Non li aveva mai fatti pubblicare i suoi sogni prima di allora?

«In realtà Fellini aveva dato un proprio sogno nel 1972 alla rivista Play Boy. Altri sogni li aveva pubblicati su una rivista di Oreste Del Buono a cui collaborava Lietta Tornabuoni e che si intitolava tra l’altro Dolce vita. Per Il Grifo però decise di fare una cosa mai fatta prima. I sogni alla fine li scelse lui. Io indicai quelli che mi piacevano e in gran parte coincidevano. I sogni uscirono come fossero una rubrica tutta sua che volle intitolare Il Librone dei sogni, successivamente però il titolo fu cambiato ne I sogni di Fellini».

La cosa interessante in effetti è che ne fece una elaborazione, anche di valore letterario. In alcuni casi elaborò una interpretazione, come se a distanza di anni volesse nuovamente analizzarli.

«Decise tutto lui, fin nel dettaglio. Quando andavamo a cena ne faceva addirittura l’impaginazione sui tovaglioli dei ristoranti: li conservo ancora. Nella parte scritta si inventò la figura del professore che analizza il suo sogno».

Sembra quasi prefigurare quello che farà poco dopo con le storie per gli spot realizzati per la Banca di Roma, non trova?

«Infatti. Gli spot furono successivi ed è vero, ci sono delle somiglianze».

Nel numero di settembre de “Il Grifo” inseriste un vero e proprio dossier dedicato a Fellini, “Fellini sognatore”: oltre alla rubrica “I sogni di Fellini” conteneva una lettera di Daniele Del Giudice e una serie di illustrazioni realizzate per l’occasione da diversi artisti: da Schifano a Manara, Crepax, Echaurren…

«Avevo chiesto a fumettisti e scrittori di realizzare un omaggio a Fellini attraverso proprie opere che interpretassero la materia dei sogni. In seguito sono confluite nel libro Fellini sognatore. Del Giudice scrisse una lettera, che pubblicammo, che piacque moltissimo a Fellini. Era uno degli scrittori che amava di più in assoluto, me lo presentò lui stesso, invitandomi alla lettura di Lo stadio di Wimbledon, suo primo romanzo, e Atlante Occidentale».

In quel numero de “Il Grifo” c’è anche un disegno di Andrea Pazienza che raffigura “Lo sceicco bianco”, realizzato nel 1984. All’epoca Pazienza era già morto, per Fellini aveva realizzato il manifesto per “La città delle donne”. In quale occasione realizzò quel disegno?

«Fu in occasione della prima mostra che organizzai su Il fumetto e il cinema di Fellini agli inizi degli anni Ottanta. Fu in quell’occasione tra l’altro che Fellini conobbe Milo Manara, gli piacque e di lì si concretizzò il progetto di Viaggio a Tulum a fumetti che uscì a puntate su Corto Maltese nel 1989».

Con Manara poi Fellini realizzò anche “Il viaggio di G. Mastorna a fumetti”, pubblicato nel 1992. Come andarono le cose?

«Mi diede la sceneggiatura del Viaggio di Mastorna per farne un fumetto, che uscì sul Il Grifo con il titolo Il viaggio di Mastorna detto Fernet. Il lavoro di preparazione fu molto impegnativo. Io facevo da “corriere”: mandavo i fax a Manara di quello che Federico faceva. Il fumetto si doveva sviluppare in tre puntate ma quando uscì la prima puntata comparve in fondo per sbaglio la parola “Fine”. Fellini che era scaramantico disse che era meglio farlo finire lì. Del resto già in quella prima puntata c’era tutta la sintesi del Mastorna (che aveva il volto di Paolo Villaggio, ndr)».

Prima il film scritto nel 1965 ma mai realizzato poi la versione a fumetti che si interrompe. Fellini continuò a essere scaramantico in relazione a quel progetto…

«Ma in realtà negli ultimi anni Fellini pensava di completare la versione a fumetti del Mastorna, facendola uscire con altre due piccole storie a fumetti. Aveva in mente di fare un libro con altri due trattamenti. Uno lo aveva già scritto, si intitolava Grand Ssoirée…».

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