Viaggio nel colonialismo italiano a Poggio Berni

È la storia il motore di ogni loro drammaturgia ed è il pretesto per parlare della contemporaneità e dei problemi che l’attanagliano. Parliamo della compagnia romana Frosini-Timpano i cui lavori sono stati rappresentati in numerosi teatri e festival in Italia e all’estero e hanno avuto prestigiosi riconoscimenti, chiamata, oggi alle 17.30, ad aprire la rassegna “Mentre vivevo” al Centro sociale di Poggio Torriana. Portano in scena Zibaldino africano prima delle due parti di Acqua di colonia, spettacolo finalista al Premio Ubu 2017 come migliore novità drammaturgica italiana. Nei precedenti spettacoli hanno trattato temi come il Risorgimento (Risorgimento pop) l’uccisione di Aldo Moro (Aldo morto. Tragedia; in questo l’attenzione si sposta sul colonialismo italiano.

Una storia rimossa e spesso negata, iniziata nell’Ottocento, durata oltre 60 anni ma che nell’immaginario comune si riduce ai 5 anni dell’impero fascista. I due autori attori e registi, Elvira Frosini e Daniele Timpano, cofondatori della compagnia nel 2008, uniti anche nella vita, affrontano con una buona dose di ironia questo tema chiedendosi come mai sia considerata acqua passata, “acqua di colonia”, e cosa abbia a che fare col presente. La risposta è che «questa storia ci è rimasta addosso come carta moschicida, in frasi fatte e in luoghi comuni mentre le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno». Senza orpelli scenografici né ausili sonori i due attori sono soli sul palco ma ogni volta in questo lavoro chiamano un ospite trovato sul posto insieme agli organizzatori.

«È una partecipazione un po’ strana, chiediamo la presenza di uno spettatore afrodiscendente possibilmente donna e lo coinvolgiamo ma non diciamo di più».

Ce ne parla Daniele Timpano al quale abbiamo chiesto come mai abbiano scelto di parlare di colonialismo.

«Avevamo già in mente questa idea venuta dall’osservazione del presente ma l’abbiamo maturata man mano che assistevamo agli sbarchi di migranti, alle morti in mare e ai tanti afrodiscendenti presenti in Italia privi di cittadinanza. Ha avuto un ruolo decisivo per la nostra drammaturgia anche la lettura di “Roma negata” della scrittrice nata in Italia da genitori somali Igiaba Scego».

Quindi come definireste il lavoro?

«Un viaggio nell’immaginario italiano con un attraversamento di carattere storico letterario su materiali d’epoca (canzoni, una guida dell’Africa orientale del 38, libri, articoli) che di rimbalzo hanno un forte collegamento con la realtà, col razzismo, l’immigrazione».

È nella vostra cifra utilizzare l’ironia, anche qui accade?

«Assolutamente sì. In generale tutti i nostri spettacoli che affrontano argomenti storici come questo utilizzano una chiave ironica. Cerchiamo sempre di lavorare su un crinale dove da una parte ci sono le documentazioni storiche e dall’altra uno sguardo un po’ sarcastico per mettere in luce la base urticante e fastidiosa».

Qual è questa base in “Acqua di colonia” e in particolare nel primo tempo dal titolo “Zibaldino africano”?

«È presto detto: la visione della donna che emerge dai testi delle canzoni d’epoca e non solo è agghiacciante, così come nella guida turistica del ’38 sulle terre d’Africa da noi occupate, gli indigeni sono elencati alla stregua delle piante, c’è un razzismo imperante che impone separazioni nette tra le cosiddette razze e dà giudizi terribili».

I vostri testi trasmettono messaggi di denuncia chiari e non del tutto subliminali?

«Il messaggio arriva, forse non così diretto ma è chiaro cosa pensiamo noi, noi vorremmo che arrivasse attraverso l’imbarazzo che si scatena con le cose che vengono recitate sul palco; è un nostro obiettivo far sì che lo spettatore metta in relazione il passato col presente, perché è dal passato che dipende la nostra vita di adesso e quella futura».

E sempre per stare sul pezzo, il vostro nuovo lavoro, col quale tornate in Romagna, il 7 dicembre a Ravenna, guarda caso parla di democrazia.

«Sì, è proprio così. Si intitola Ottantanove ed è una riflessione sulla Rivoluzione francese del 1789, da qui il titolo, e da essa partiamo per parlare della crisi della democrazia oggi. Abbiamo debuttato a Roma all’Europa Festival e ora lo portiamo nei teatri e nei festival».

Info e prenotazioni: 327 119 2652 anche WhatsApp

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