Viaggio dentro Sanpa, delitti e segreti quello che Netflix non dice

La serie “SanPa” su Netflix torna a dividere l’Italia. Oggi come allora le opinioni prescindono dai fatti. Ecco, quindi, la narrazione del delitto Maranzano, basata sui verbali, e la ricostruzione dei vari procedimenti penali. Muccioli fu assolto per le “catene”, e condannato in primo grado a 8 mesi per il caso Maranzano. Sentenza nulla: se non fosse morto avrebbe dovuto affrontare un nuovo processo per “maltrattamenti seguiti da morte”. La teoria di una presunta metodica di sopraffazione nella comunità non trova riscontro in nessuna sentenza definitiva.

Roberto Maranzano scende lungo la scala a chiocciola con un accappatoio scolorito, due taglie più piccole. Zoppica. Lotta a ogni passo, un gradino alla volta per non inciampare nelle ciabatte a metà tallone. Faccia gonfia, la mandibola fuori posto. Palpebre semichiuse. Lo sguardo assente dietro a occhiali appannati. Il viso, tumefatto, è marrone. Ansima. Uno scalino, poi un altro ancora. Si ferma per raccogliere le forze. Se ne sta lì rattrappito come il braccio che stringe al petto. Gli altri assistono in silenzio. Evitano di guardarsi negli occhi. L’impresa di raggiungerli al piano terra, in quelle condizioni, ha qualcosa di eroico. Forse è per questo che il “capo”, Alfio Russo, ordina al resto del gruppo: «Fategli un bell’applauso». «A volte un padre può sembrare severo – aggiunge – ma ci sono regole da rispettare, finalmente anche lui l’ha capita. Bravo! Ora saluta con la manina». Gli altri applaudono.

Avevano obbedito anche il giorno prima quando Alfio li aveva invitati a partecipare al primo pestaggio di Roberto, colpevole di aver alzato lo sguardo dal piatto mentre mangiava e di non averci dato dentro al lavoro. Gli mancano un paio di gradini: ce l’ha quasi fatta. Dopo 24 ore di violenze gli è stata concessa una giornata di riposo. Saluta, muovendo impercettibilmente tre dita. Con l’altra mano sorregge il polso dolente. Grazie a un balzo su una gamba sola si ritrova in mezzo a loro. I ragazzi della macelleria, settore della comunità dove finiscono gli ospiti che hanno bisogno di una raddrizzata.

Con lui esagerarono: era il 4 maggio 1989 e il peggio per Maranzano, 36 anni, palermitano, entrato a Sanpa per salvarsi dalla droga, doveva ancora venire.

La “via crucis” e il delitto

Il giorno dopo, quello in cui lo avrebbero ammazzato, la sveglia della camerata suona alle 5.30. Maranzano chiede di poter rimanere a letto. La tregua non ha lenito le sofferenze, né cancellato i segni del pestaggio. Alfio Russo, 33 anni, catanese, responsabile del settore, non sente ragioni: «Alzati». Uno dei 15 compagni di reparto gli sferra una ginocchiata al petto. C’è da dare da mangiare ai maiali, compito da svolgere tutti insieme e a grande velocità. Se non li nutri di corsa, si feriscono tra loro. Il gruppo, a bordo di un furgone, raggiunge la porcilaia, che è a un chilometro.

Russo ordina a Maranzano di scaricare il primo sacco di mangime: pesa 25 chili. «Ieri ti sei riposato è giusto che oggi lavori di più». La via crucis dura un paio di metri: Roberto crolla.

Convinti che sia una messinscena gli si avventano in due: Russo e il suo braccio destro, Giuseppe Lupo. Lo prendono a calci, mentre è a terra. Si rialza, cade di nuovo. Lo raccolgono dal fango, e lo portano nel box della porcilaia, nascosto alla vista. «Smetti di fingere, non vuoi lavorare? Con me non attacca». Roberto non ha nemmeno la forza di chiedere pietà. Barcollando cerca l’uscita. «Sta scappando!». Viene afferrato e percosso di nuovo. I più colgono solo dei frammenti della scena: li descriveranno come dei flash, presi dalla frenesia dei loro compiti: impastare, riempire i secchi, portare il mangime. Solo uno assiste a ogni fase del pestaggio: Luciano Lorandi. Maranzano viene trascinato lungo uno stretto corridoio vicino alla porta, per fargli prendere aria.

I ragazzi gli si fanno attorno. «Tutti fuori». Scavalcano il corpo. Lupo si avvicina: «Non respira più».

Le indagini dei carabinieri e le parole dei familiari

Il cadavere viene scoperto il 7 maggio 1989, due giorni dopo, ma a 550 chilometri dalla porcilaia di San Patrignano. Un contadino di Terzigno (Napoli) lo trova avvolto in una coperta. Nel sangue, tracce di eroina, assunzione relativamente recente. Dalle impronte si risale all’identità: Roberto Maranzano. L’autopsia dice che la morte è dovuta a una violenta “asfissia meccanica” con “frattura multipla dell’osso ioide” Il collo è stato compresso nella morsa tra avambraccio e braccio o schiacciato a forza da un piede.

I familiari raccontano che era entrato a Sanpa nel giugno 1988 per poi fuggire il 13 gennaio 1989. Era poi stato riammesso dopo un soggiorno a Palermo. Sapevano che era scappato di nuovo. La sorella aveva chiamato, in comunità l’avevano avvertita della nuova fuga. Il 19 maggio 1989 il comandante dell’Arma di Terzigno, maresciallo Mario Inverso, è in Romagna. Muccioli gli mostra alcune stanze dove dormono i ragazzi, ma non la camerata della macelleria, né riconosce la coperta. Tre compagni di lavoro riferiscono che Maranzano s’era vantato di avere delle amicizie pericolose in Campani. Aggiungono che era stato trasferito nel loro reparto, punitivo, perché era tornato “fatto” da un’uscita autorizzata.

La maggior parte degli addetti alla macelleria, il giorno dell’ispezione dei carabinieri, è in gita in Valmarecchia per una merenda. Non si appurerà mai se si trattò di una coincidenza.

Un ragazzo trovato in catene dai carabinieri

Processo sulle catene: l’assoluzione definitiva

Poche settimane dopo l’archiviazione del caso Maranzano (omicidio a carico di ignoti), la Cassazione si pronuncia sulle “catene terapeutiche”, inchiesta nata dieci anni prima, nel 1980, sfociata in una condanna in primo grado per il fondatore a un anno e otto mesi (febbraio 1985), verdetto ribaltato in appello (novembre 1987). La Corte suprema (29 marzo 1990) assolve definitivamente Muccioli per i metodi coercitivi (aveva trascorso 32 giorni in carcere). Non è responsabile di maltrattamenti e sequestro di persona in quanto ha agito in “stato di necessità”: aiutare i suoi ragazzi a superare le crisi di astinenza. La droga è una brutta bestia, lo Stato se ne lava le mani, e lontano dalla collina non ci sono ricette. La sintesi è di Paolo Villaggio: «Vincenzo dà quegli schiaffoni che noi genitori della nostra generazione non abbiamo dato».

Quando Luciano Lorandi, macellaio, prende il posto di Russo alla guida del reparto, le acque sono calme. Nessuno si sogna di prendere a botte o stordire i disubbidienti con le scosse elettriche. Il terrore era un’esclusiva della precedente gestione. Sistema sfuggito di mano, mai approvato dall’alto. Lo dimostrano gli stratagemmi adottati da Russo: imponeva di cantare durante i pestaggi per coprire le grida e di nascondere il ferito di turno ai responsabili se restavano i segni.

Il “pentito” Lorandi: «Ho assistito a un omicidio»

Si può dimenticare e vivere come niente fosse. Lorandi quando a metà del 1991 esce dalla comunità sente di avercela fatta. È disintossicato, ma c’è qualcosa che ancora non va. Alla vigilia di Natale del 1992 si ritrova in fila per il metadone. Ne ha viste tante, ma a tormentarlo è l’incubo di un fantasma che scende dalla scala a chiocciola. «Devo raccontare tutto sennò divento pazzo». La moglie lo avverte nel gergo del reparto macelleria: «Non siamo nessuno, rischiamo di prendere la scossa». Interrogato in procura il 28 gennaio 1993, Lorandi conferma: «Ho assistito a un omicidio commesso nella porcilaia».

Il caso Maranzano viene riaperto. Si scopre il depistaggio: il trasporto del cadavere in Campania nel baule di una Golf Volkswagen della comunità. Il dibattito che aveva preceduto l’occultamento tra quelli della macelleria: divisi tra chi proponeva di sbarazzarsi del corpo dandolo in pasto ai maiali e chi intendeva denunciare l’accaduto. Dopo il delitto, Russo era stato visto andare in una direzione compatibile con la casa di Muccioli. «Da me in quel momento non venne nessuno».

Tra l’8 e il 9 marzo 1993 finiscono in manette gli otto indiziati del pestaggio. Tra loro, i diretti responsabili dell’omicidio: Alfio Russo e Giuseppe Lupo. Gli altri si trasformeranno via via in testimoni (un presunto terzo complice, assolto in primo grado, morirà prima del giudizio-bis).

A sorpresa il leader della comunità si presenta dai pm. Fino a quel giorno, in tv, aveva detto di non sapere. Ammette, invece, di essere stato informato, ma mesi dopo la tragedia e dietro il vincolo del segreto accordato ai ragazzi della comunità. «Ero pronto ad affrontare le conseguenze, ma chi mi confidò l’accaduto mi raccomandò il silenzio». Muccioli viene indagato per favoreggiamento. Riemerge l’interrogativo del processo per le catene: la violenza è insita nell’idea patriarcale di Sanpa? O siamo alle prese con una scheggia impazzita? Prima che i processi abbiano inizio tutti hanno già un’opinione.

Vincenzo Muccioli durante il processo

Il 3 marzo 1994 le strade degli imputati si dividono: il giudice Vincenzo Andreucci rinvia a giudizio Muccioli per favoreggiamento e con l’accusa alternativa di omicidio colposo, mentre condanna con rito abbreviato Alfio Russo, ritenuto unico responsabile a otto anni per “omicidio preterintenzionale”. Lupo e il terzo “complice” vengono assolti per aver agito sotto le minacce del “capo-reparto”. Non finisce qui.

Alla sbarra con Muccioli («Non poteva non sapere») tornano i metodi: spuntano accusatori a sorpresa, tra cui l’ex autista e guardia del corpo Walter Delogu. In aula è reticente e viene arrestato. Quindi si decide a consegnare la “cassetta”. Una registrazione nella quale Muccioli, riferendosi a uno dei testimoni dell’omicidio, dice: «Bisognerebbe sparargli, bisognerebbe fargli un’overdose».

Parole “rubate” durante un viaggio in auto, ma c’è sempre un altro punto di vista. «Lui provocava, volevo vedere fino a che punto intendeva arrivare, sondarlo psicologicamente» spiega Muccioli. Viene fuori che l’ex autista qualche tempo prima aveva ricattato il leader e preteso 150 milioni di lire: patteggerà una pena per estorsione con l’impegno di risarcire simbolicamente a vita Vincenzo Muccioli con 100mila lire al mese. Ce n’è abbastanza perché i pubblici ministeri Paolo Gengarelli e Franco Battaglino chiedano il cambio di imputazione: da omicidio colposo a maltrattamenti seguiti dalla morte, reato da Corte d’Assise, pena fino a 20 anni. L’istanza viene respinta.

Si arriva così, tra colpi di scena e veleni, alla sentenza (novembre 1994): Muccioli viene condannato a otto mesi per favoreggiamento. Il comportamento antigiuridico, tacere e sviare le indagini, viene paragonato a quello di un padre che non denuncia i figli. Più tardi, però, ecco il contrordine della Cassazione. Le motivazioni vengono depositate il 15 settembre 1995. Avevano ragione i pm riminesi: Muccioli avrebbe dovuto essere giudicato di nuovo per la morte di Maranzano con l’accusa di “maltrattamenti seguiti da morte”.

Non accadrà, non ci sarà mai un altro processo.

La morte di Muccioli il 19 settembre 1995

Muccioli, infatti, muore, a 61 anni, il 19 settembre 1995. C’è chi punta il dito contro i giudici. Colpevoli di averlo ucciso con 15 anni di accuse e processi. Il clima è tale che la prefettura, due giorni prima del decesso, mette sotto protezione il procuratore Battaglino e il sostituto Gengarelli. I pm, sotto assedio, chiedono alla magistratura di Firenze di “fugare l’atroce sospetto” escludendo un eventuale “nesso tra le indagini e lo stato della malattia”. E si chiedono perché non venga “resa di dominio pubblico la documentazione medica della persona che ci si accusa di star conducendo a morte”. Anche le polemiche a volte muoiono davanti al dolore. La cartella clinica resta privata.

Gli animi, senza l’ombra del carismatico fondatore, paradossalmente sono più sereni quando, nel 1997, si apre a Rimini un nuovo processo in Corte d’assise nei confronti di Russo e Lupo: nel frattempo è stata annullata la precedente sentenza. Il 30 ottobre 1997 gli imputati vengono condannati rispettivamente a 14 anni e a 7 anni di reclusione, ma ancora una volta – a dispetto della procura – per “omicidio preterintenzionale”. Russo, e in misura minore Lupo, hanno picchiato Maranzano, uccidendolo, ma senza volerne la morte. La finalità punitiva, per i giudici, contraddice la volontà di uccidere. La consulenza psichiatrica del dottor Andrea Andreani spazza via l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato.

Russo dopo l’accaduto si preoccupa di nascondere il misfatto: organizza la sparizione del cadavere e resta alla guida del reparto. Per motivare l’assenza di un movente la Corte attinge, invece, alle tesi del dottor Angelo Battistini secondo cui l’imputato agisce sotto la spinta emotiva della finalità rieducativa. Russo, personalità disturbata, da una parte s’identifica e introietta come modello l’autorevolezza di Muccioli, la persona che lo ha riscattato e gli ha dato fiducia; dall’altro vede in Maranzano tutto quello che lui è impegnato a reprimere nel profondo: l’insofferenza agli ordini e alla fatica, l’attrazione per l’alcol e la droga. Nella lentezza di Maranzano, l’aguzzino rispecchia il desiderio di lasciarsi andare.

La violenza come espressione di inadeguatezza. La morte, una conseguenza non prevista.

Da “preterintenzionale” a “omicidio volontario”

L’immagine dell’uomo che scende la scala a chiocciola, però, non abbandona più neppure il pm Gengarelli: il magistrato nel suo ricorso riparte proprio dalla “giornata di riposo” graziosamente concessa dal Russo dopo il primo cruento pestaggio”. Il trattamento riservato a Maranzano, a partire dal 20 aprile, giorno del trasferimento in macelleria, non è quello generalmente riservato ai ribelli. “La vicenda di Maranzano si discosta, per peculiarità, rispetto a quella di ogni altro ospite”. Russo lo prende di mira e si accanisce contro di lui, contando sull’omertà degli altri, “nell’arco temporale di tre giorni”. Una violenza “fuori norma”: la filosofia della comunità non c’entra.

La necessità di concedere una “tregua” agli occhi del magistrato dimostra come l’imputato abbia accettato il rischio di uccidere. “Russo deve rispondere di omicidio volontario a titolo di dolo eventuale”.

Ragionamento fatto proprio dal procuratore generale di Bologna Giuseppe Mattioli: alla vigilia dell’appello propone agli imputati la possibilità di patteggiare. Offre loro una riduzione di pena a patto che ammettano, di fatto, la “volontarietà”. Accettano anche se, teoricamente, la nuova imputazione dovrebbe spedirli dritti in carcere (non sarà così grazie a successive decisioni del Tribunale di sorveglianza). Per Russo la pena è 10 anni; per Lupo, 6 anni e 3 mesi. Uscito di scena Muccioli, a nessuno importa più niente. La verità processuale è che Roberto Maranzano fu assassinato, la porcilaia della comunità solo la scena del crimine.

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