Giacomo Muccioli, 54 anni, è il figlio minore di Vincenzo Muccioli. Si è allontanato dalla comunità nel 2008 per divergenze con il fratello Andrea che aveva preso il timone di San Patrignano alla morte del fondatore.

Come ricorda suo padre?

«Come una persona profondamente umana ed empatica, molto generosa e capace di donare amore incondizionato anche a persone sbagliate senza proteggersi».

A chi si riferisce con persone sbagliate?

«Penso alla docu-serie di Netflix che in parte conferma come alle persone che non avrebbero forse meritato di essere aiutate, per come poi si sono rivelate, vedendole nel bisogno si donava e ha dato tutto se stesso rinunciando a tutto».

Che reazione ha avuto vedendo la serie “Sanpa”?

«Mi sono sforzato di vederla ma secondo me si esaurisce nelle prime due puntate che danno una cronaca abbastanza obiettiva, una panoramica della tossicodipendenza di quegli anni. Ma già dal sottotitolo “Luci e tenebre di San Patrignano”… si intuisce il tipo di messaggio che si voleva trasmettere, dando sempre più spazio ai detrattori che hanno lasciato la comunità in malo modo, con qualcosa in sospeso. Come troppo spesso accade, sono persone che non accettano i propri fallimenti e li addossano ad altri piuttosto che affrontarli. Vergognoso, penso a Delogu, mio padre gli ha ridato la vita, se oggi può parlare è solo grazie a Vincenzo Muccioli mentre lui come altri speculano su quello che hanno ricevuto, continuano a vivere di riflesso sulla figura di mio padre anche da morto».

Come ha vissuto gli anni delle “catene”?

«Facevo il liceo, ricordo che sono venuti a scuola a prendermi dicendomi che mio padre era stato arrestato. Quando arrivai a San Patrignano c’erano già i giornalisti, mi chiesero subito cosa fosse successo, io chiaramente ero frastornato… Per un ragazzino non è facile vedere il padre messo sul banco degli imputati con accuse così pesanti. Ma ho sempre avuto fiducia in lui e così nella giustizia che lo ha assolto con formula piena».

Ma ritiene che quel metodo delle catene fosse giusto?

«Non per la legge ed è stato giusto che si facesse chiarezza. Ma dobbiamo pensare che Sanpa era un progetto nuovo e innovativo e che non erano previste dallo Stato misure nei confronti dei tossicodipendenti, quindi mio padre si comportava come un buon padre di famiglia. La comunità è stata costruita con questi valori. C’è un passaggio su Netflix in cui mio padre lo spiega bene: «Se tu vedi una persona che si sta per buttare da un ponte lo trattieni o gli dici scusa, poverino, stai attento che ti puoi fare male”. Ecco chi si droga va verso il suicidio e tanti di quelli che hanno lasciato la comunità prematuramente sono deceduti. E un’altra cosa: in quegli anni mio padre era solo, non aveva collaboratori, quando capiva che qualche ragazzo voleva scappare non poteva fare altro che trattenerlo con la forza per cercare di salvarlo».

Come esercitava l’autorità su di lei?

«Era una persona empatica, non ha mai avuto bisogno di imporsi con me, bastava una sua parola, eravamo in sintonia. Mi sono trovato sempre molto bene con lui, non è mai stato un padre padrone. Mi fidavo di lui, sapevo che quando mi diceva qualcosa lì per lì difficile da accettare era per il mio bene».

L’ha mai presa a schiaffi?

«No, ma una volta gli ho presentato una pagella poco bella e siccome tendevo a sdrammatizzare, a non prenderla seriamente, mi diede uno scappellotto. E’ l’unica volta che posso dire ha alzato le mani contro di me».

Ha mai influenzato le sue scelte di vita?

«No, mi ha sempre permesso di scegliere, a volte anche facendomi sbagliare per poi essere sempre pronto a starmi vicino quando me ne rendevo conto, così come faceva con i ragazzi. Se forzava delle situazioni il senso era quello di rompere dei meccanismi sbagliati che ti facevano fare scelte sbagliate per ricostruire la vita, dargli un nuovo indirizzo. Era un modo per responsabilizzare».

A Rimini lei e suo fratello eravate visti come dei privilegiati, come quelli a cui era permesso fare una bella vita…

«L’unico privilegio per me è stato quello di condividere parte della mia vita con giovani problematici che mi hanno insegnato tanto. Per me sono stati fratelli maggiori, sono cresciuto con loro e con alcuni conservo una profonda unione, anche se venivamo da esperienze diverse abbiamo condiviso tutto».

Proprio il fatto che suo padre fosse il padre di tutti l’ha mai fatta soffrire di gelosia?

«E’ un dato di fatto che mio padre stesse meno con me rispetto a quanto stava con i ragazzi di Sanpa, ha dedicato la sua vita alle persone che vedeva più bisognose. Ma c’era, se non sempre fisicamente, non mi ha mai fatto mancare il suo affetto e non ho mai avuto gelosie. Certo mi è mancato, era una persona ingombrante, la cui presenza si sentiva, molto allegra, spiritosa. Sono stato un figlio molto orgoglioso, diciamo che lo vivevo in modo diverso, ho capito che la sua presenza era più importante per altre persone, quelli che per me erano fratelli».

Qual è stato negli anni il suo impegno a San Patrignano?

«E’ stato tutto naturale, vivevo lì, era la mia famiglia, avevo sposato il progetto. Il mio amore per gli animali, che mi ha portato a studiare veterinaria, mi ha condotto ad occuparmi della gestione degli animali e della loro cura. Dopo la morte di mio padre è stato commissionato uno studio alla società McKinsey che ha evidenziato come la comunità non poteva sostenersi da sola, consigliandoci di chiudere dei settori. Uno studio che se fosse stato applicato pedissequamente avrebbe trasformato la comunità in una azienda. Però l’obiettivo di San Patrignano non è il profitto ma il recupero. Lo studio evidenziò la necessità di creare raccolta fondi, di attirare risorse dall’esterno altrimenti dal punto di vista economico la comunità non ce l’avrebbe fatta. Così fondai la raccolta fondi che tuttora esiste, non solo una raccolta di denaro ma un modo per creare rapporti con i donatori e di far conoscere la comunità attraverso degli eventi. Tra questo il concorso ippico che in breve tempo divenne un appuntamento internazionale. E questo permise ai ragazzi di apprendere tante competenze».

Perchè è uscito dalla comunità?

«Nel 2008 ho avuto delle divergenze con mio fratello, anche se ero legato alla comunità non c’era più condivisione su certe scelte, sul modo di vivere. All’inizio ho sentito come un vuoto dentro, come se ti strappassero la carta d’identità. Quella era casa mia, la mia famiglia allargata. Ma poi ho capito che bisogna prendere il bene di quello che ti accade: ho avuto la possibilità di misurarmi con me stesso, emanciparmi, perchè in comunità c’erano dei responsabili che avevano fatto delle scelte anche per me. Ho così messo in piedi un mio progetto di vita, ho iniziato a esercitare la mia professione di veterinario. Ho capito che lì dentro mi stavo logorando, non vivevo più la comunità nel modo giusto».

Come è stato il suo rapporto con i Moratti e come si sono avvicinati alla comunità?

«Credo che anche chi ha tutto nella vita a un certo punto ricerca dei valori veri, e per loro è stato quello di aiutare persone meno fortunate. Li vedevo come persone molto altruiste, venivano ogni fine settimana, sacrificavano il loro tempo libero per vivere tra i ragazzi. Vedevano attraverso mio padre la realizzazione di un progetto di vita. Poi nel tempo qualcosa di è rotto. È venuta a meno la fiducia nella nostra famiglia, mi riferisco in particolare a quando mio fratello uscì nel 2011. Come è possibile, mi sono chiesto, dimenticare tutto quello vissuto insieme per una singola situazione? Perchè non hanno trovato la forza o l’umiltà di superarla?Per quanto grave io credo se alla base ci sono dei buoni sentimenti, sentimenti veri, alla fine si trovi sempre il modo di riconciliarsi. Magari prendendo anche strade diverse, ma almeno provandoci. Perchè non hanno trovato la forza o l’umiltà di superare questa crisi? San Patrignano era la nostra famiglia e fa male vedere come oggi si prendano le distanze da una storia comune, quasi a rinnegare ciò che è stato».

Come valuta adesso la gestione della comunità?

«Si è evoluta con i tempi perdendo molto dello spirito pionieristico iniziale, forse è una trasformazione necessaria orientata all’autogestione. Mi sembra che manchi l’entusiasmo, a volte. La frequento poco attualmente ma ho ancora buoni rapporti con molti di loro, l’ho spiegato: per me sono dei fratelli, ma quello che vedo è che molte cose sono cambiate. Se la sostenibilità è la vision di San Patrignano non si deve perdere di vista la mission, il successo terapeutico. Ben venga l’auto sostentamento ma senza accettare compromessi a scapito del recupero dei tossicodipendenti».

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