Vi è piaciuto il finale della tappa di Bagno al Giro d’Italia? Bene, ora però fatelo voi

Amanti del ciclismo, raccogliete le forze. Dopo la tappa del Giro d’Italia fino a Bagno, per voi è ora di mettere da parte per qualche ora il telecomando e mettersi alla prova. Dici quattro passi, e subito pensi ai mitici Pordoi, Sella, Gardena e Campolongo, dove si è scritta la storia del ciclismo e dove oggi ha il suo fulcro la Maratona delle Dolomiti. Per i cicloamatori romagnoli, tuttavia, c’è anche una declinazione autarchica e, forse, non meno spettacolare, di tale espressione, visto che fra gli appasionati viene così denominato il giro che tocca passo dei Mandrioli, Prato Cogne, Calla e passo del Carnaio, a cavallo fra Romagna e Toscana. Come per quello dolomitico, si tratta di un anello tutto sue e giù, con zero pianura, e, per certi versi, quello romagnolo è ancora più duro sia per la lunghezza complessiva sia per quella delle singole salite, nessuna inferiore ai 10 km. Da Forlì o Cesena, infatti, un simile itinerario arriva a superare i 200 chilometri, dunque, se non si è più che allenati, conviene avvicinarsi in auto. Punto di partenza ideale, per chi proviene da Cesena è Bagno di Romagna, da dove si può tracciare un anello di circa 110 km e oltre 3mila m di dislivello, che ricalca, in gran parte il percorso della Granfondo del Capitano, organizzata proprio a Bagno, altrimenti, nel caso si abiti a Forlì, basi ideali sono Galeata o Santa Sofia.

Il percorso

Bagno di Romagna – Passo dei Mandrioli – Badia Prataglia – Prato alle Cogne – Stia – Passo della Calla – Santa Sofia – Passo del Carnaio – Bagno di Romagna. Distanza: 113 km. Dislivello: 3.100 metri.

Via col Passo dei Mandrioli

Da Cesena, dunque, si percorre l’E45 sino a Bagno, mentre chi ambisce a un giro monstre può risalire in bicicletta tutta la valle del Savio lungo la vecchia strada regionale 71, superando Borello, Mercato Saraceno, e Sarsina. La prima asperità del giro è il passo dei Mandrioli, una delle scalate classiche dell’Appennino tosco-romagnolo. Si tratta di una salita piuttosto lunga (11 km) ma estremamente regolare e senza pendenza proibitive (media 6,1%, massima 8%), immersa in uno scenario suggestivo caratterizzato prima dal susseguirsi di diverse formazioni rocciose, quasi a costituire un libro di geologia a cielo aperto, poi da un fitto bosco. L’ascesa inizia poco dopo l’abitato di Bagno, quando la strada, proprio sotto un viadotto dell’E45, si biforca: a sinistra si fa rotta verso il valico di Montecoronaro, a destra, invece, si prende, appunto, per il passo dei Mandrioli, continuando a seguire la strada regionale 71, che s’inerpica lungo le pendici dell’Alpe della Serra. Qualche centinaio di metri in falsopiano, quindi, attraversato il ponte sul rio Becca, si comincia a fare sul serio: la pendenza non scende mai sotto il 6% con la strada che sale zigzagando alternando tornanti, strette curve e rettilinei fra pareti di galestro e rada vegetazione. Tra il 2,5 e il 2,9 km si tocca la punta massima della scalata (8,3%), poi si torna a viaggiare fra il 6-7%. Al 5° km, superata una vecchia casa cantoniera diroccata, si attraversa uno dei punti più scenografici del percorso, quello detto “delle scalacce”, costeggiando una grandiosa formazione marnoso-arenacea a gradoni che con la sua mole imponente sovrasta la carreggiata. Subito dopo un km facile (fra 5,5 e 6,5 km) sia per la pendenza, intorno al 5%, sia per la serie ravvicinata di tornanti, conduce al villaggio Ravenna montana, poco sotto i mille metri di quota. A questo punto, il panorama si apre sulle vette circostanti e la pianura romagnola, mentre l’ambiente inizia a cambiare: la tipica vegetazione di sottobosco cede il posto a faggete e pinete, sempre più alte e folte, che in autunno regalano un caleidoscopio di colori. La pendenza, invece, torna sul 6-6,5%; al km 9 si incontra la casa del pittore Giovanni Marchini, quindi, 500 metri al 7% e si raggiunge l’albergo-risorante “Raggio”, sulla cui facciata una lapide ricorda la realizzazione del passo, fra il 1870 e il 1882, e il suo progettista, l’architetto Alcide Boschi. Qui si trova anche l’unica possibilità di fare acqua di tutta l’ascesa. Allo scollinamento manca poco meno di un chilometro, di nuovo facile (5%) ma, immersi nel buio del bosco, non lo si vede se non in prossimità del cartello che segna il valico, a quota 1.173 m, poco dopo aver superato l’ultimo dei 27 tornanti che scandiscono la scalata.

Badia Prataglia e Camaldoli

Dal passo, situato sul crinale tosco-romagnolo, fra il Poggio allo Spillo (1.449 m) e il Poggio Tre Vescovi (1.232), inizia la lunga e filante discesa verso la valle dell’Arno, sempre all’ombra della foresta della Lama. Percorsi poco meno di 6 km si attraversa Badia Prataglia, quindi, si prosegue per altri 6 km e si gira destra verso il monastero di Camaldoli, imboccando la strada provinciale 67 e puntando al secondo passo del giro, quello di Prato alle Cogne. Per raggiungerlo bisogna percorrere 17 km molto vari, con tratti in falsopiano e anche in contropendenza. La pendenza media risulta così modesta (4-5%), tanto più che non si incontrano strappi o impennate impegnative, a meno di non volere fare una deviazione fino all’Eremo di Camaldoli e affrontare 3 km tutti ampiamente in doppia cifra. Abbandonata la Strada regionale 71 si superano una serie di mangia e bevi, quindi la strada inizia a salire, senza mai impensierire, sino a Camaldoli, immersi nella secolare foresta della Lama. Fondata mille anni fa da San Romualdo, Camaldoli è una comunità di monaci benedettini, suddivisa fra Sacro Eremo e, appunto, monastero con annessa Foresteria. In corrispondenza del piccolo centro spirituale, la strada compie un’ampia svolta a sinistra, mentre a destra parte l’arrampicata all’Eremo. Si prosegue in leggera pendenza, per 2 km, fino all’innesto con la strada provinciale 124; di qui al valico ci sono ancora 10 km, anche questi non impegnativi.

Paesaggi che cambiano

Si procede in un’esplosione di faggi, abeti, carpini, tigli, cerri che a malapena lasciano filtrare la luce del sole; dopo 7 chilometri, ci si congiunge alla strada provinciale 72, che proviene dall’Eremo, e in circa 7 km, caratterizzati da alcuni tornanti, si raggiunge il valico di Prato alle Cogne. Superato il passo, si percorrono pochi chilometri e il paesaggio cambia improvvisamente: la vegetazione scompare improvvisamente e si procede in ambiente spoglio, con splendida vista sulla sottostante valle dell’Arno. Complessivamente, la discesa sino a Pratovecchio misura 11 km e non presenta particolari difficoltà tecniche, con ampie curve e sede stradale che, dopo un primo tratto abbastanza stretto, tende ad allargarsi. Da Pratovecchio, in appena 2 km si raggiunge Stia, dove parte la salita al terzo passo, la Calla, poco meno di 16 km che si addentrano nel cuore del Parco delle Foreste Casentinesi, in un ambiente caratterizzato da una vegetazione sempre più fitta mano a mano che si sale. Come per i Mandrioli, si tratta di una salita regolare e senza pendenze trascendentali (media 5,3%), che consentono, a chi è allenato, di spingere il rapportone: si viaggia quasi sempre fra il 5-7%, con una punta del 7,6% poco prima del passo e qualche tratto per rifiatare. La strada (SS310), costruita negli anni ’30 del 1900, percorre inizialmente la valle laterale del torrente Staggia, superando piccoli centri come Santo Stefano, Calcinaia, Ponte Biforco e la chiesa di Sant’Andrea Corsini a Gaviseri, per poi immergersi nella faggeta. Dopo 2 km al 5,1%, il nastro d’asfalto spiana, si oltrepassa il ponte sul torrente Gorgone e si superano i primi due degli 8 tornanti della scalata, seguiti da un chilometro al 7%, in cui si incrocia la Casa Forestale Vitrignesi, sino alla Fonte Cucco, dove ci si può rifornire d’acqua. Qualche centinaio di metri al 5,6%, quindi, si può respirare per 1,5 km (4%) affrontando il 3° tornante e aggirando il Poggio Castellaccio.

Il Passo della Calla e Santa Sofia

La tregua termina all’8,5 km, seguito da 4 km tutti fra il 6-6,5%, lungo i quali si superano la località Campamoli, il 4° tornante, e una casa cantoniera, quindi, dopo un tratto tortuoso, caratterizzato da una serie di curve e controcurve, la pendenza molla per l’ultima volta (4,3% per poco meno di un km). Bisogna approfittarne e riprendere le forze in vista dei 2 impegnativi km finali al 7,6% e 6,3%, in cui sono concentrati 4 tornanti che consentono di scollinare ai 1.295 m del passo della Calla. A questo punto, si fa rotta su Santa Sofia, distante 27 chilometri. Un veloce toboga di 3 km immersi nel verde di una fitta faggeta conduce a Campigna, piccola frazione con un chiosco, dove ci si può rinfocillare, e due alberghi, quindi, dopo un tratto in falsopiano, inizia la picchiata verso Corniolo, 8 km strapiombanti con magnifica vista sul crinale tosco romagnolo e le vette circostanti. La discesa termina in corrispondenza della frazione di Lago; qui, una breve salita conduce a Corniolo (551 m), superato il quale, in 12,5 km molto nervosi, con una serie infinita di curve e controcurve, si raggiunge Santa Sofia (257 m), seguendo il corso del Bidente e attraversando i piccoli centri di Berleta, Cabelli e Capaccio, dove si trova il centro di potabilizzazione.

Sotto con il Passo del Carnaio

Una volta arrivati nel centro bidentino, si oltrepassa il ponte sul fiume e dopo circa un chilometro si svolta a destra nella Strada provinciale 26, seguendo le indicazioni per Bagno di Romagna e attaccando l’ultima salita del giro, quella al passo del Carnaio (760 m), così denominato dalla sanguinosa battaglia avvenuta quando questo territorio era punto di frontiera della Repubblica di Firenze. Anche questa quarta ascesa è piuttosto lunga (11 km) ma a differenza delle precedente non è affatto regolare, anzi, si può dividere in tre tronconi: il primo, il più duro, con pendenze tra il 5% e il 9% e una punta in doppia cifra, misura 4,5 km, quindi, seguono 2,5 km falsopiano, infine si torna a salire, per 4 km molto irregolari, con la strada che alterna strappi, tratti in piano o addirittura in contropendenza. La pendenza media, quindi, risulta modesta (4,7%) mentre quella massima tocca quota 12%. Da Santa Sofia, dunque, si prende rapidamente quota grazie a una serie ravvicinata di tornanti, ben 9 nei primi 4 km, con diversi tratti in doppia cifra. Dopo il 9° tornante, la pendenza crolla e ci si può gustare il panorama, che prima si apre a sinistra sul monte Aiola, poi, superata la frazione di Monteguidi, a destra si arriva a spaziare sul monte Marino e sull’intero crinale appenninico di Poggio Scali e Poggio allo Spillo, mentre tutto intorno è un tripudio di prati, pascoli e campi coltivati. Al 7° km, un lungo rettilineo segna la ripresa delle ostilità (6%), quindi, dopo una serie di impennate seguite da tratti più facili, si affronta l’ultimo chilometro, con 500 m tosti (punta in doppia cifra) e gli altri in cui la strada spiana consentendo di guadagnare rapidamente il valico. A questo punto, le fatiche possono dirsi concluse: ancora un chilometro in falsopiano, raggiungendo un tempietto eretto a ricordo dell’uccisione, il 25 luglio 1944, di 26 abitanti di Bagno di Romagna a seguito di una rappresaglia nazista, poi ecco la veloce discesa (4 km) verso San Piero in Bagno, tecnica e impegnativa soprattutto 2,5 km a valle del passo, con un doppio e ripido tornante seguito da una teoria di semicurve all’interno di una pinetina. Giunti in fondo, si svolta a destra, e in poco meno di un km si taglia il traguardo di Bagno di Romagna, dove giovedì 20 maggio è arrivata la tappa numero 12 del Giro d’Italia, con partenza da Siena.

La variante rosa: la Sella del Raggio

Chi desiderasse ricalcarne il percorso finale, una volta a Santa Sofia, anziché imboccare il Carnaio, dovrà affrontare la salita alla Sella del Raggio, più breve (6,5 km) ma più tosta (pendenza media 7%, max 15%; dislivello 460 m). Dal centro della località bidentina, quindi, si tiene sempre la destra, prendendo, però la Strada provinciale 77, in corrispondenza di una bella fontana. Dopo una breve salitella in mezzo alle case, si procede in falsopiano per circa un km, fino al bivio per Collina di Pondo. Di qui, hanno inizio 2,5 km di passione, con la strada che si inerpica sinuosa lungo le pendici del monte Aiola, parallela a quella del Carnaio. In questo primo segmento le pendenze oscillano fra il 7,7-9,5%, con una coltellata di 200 m al 13,5% fra il km 1,3 e 1,5. Dopo un impegnativo rettilineo (500 m) al 9,5%, in corrispondenza della piccola frazione di Raggio, si può finalmente respirare. Il chilometro successivo, infatti, è l’unico facile di tutta l’ascesa: si scende per 500 metri poi si risale lievemente (3%) per altri 500 m. Si tratta, però, della classica tregua prima della tempesta visto che dal km 3,5 la strada torna a impennarsi, con una rampa al 9% (500 m) e un successivo km fra il 7,6-6,8%, zigzagando fra prati, terreni coltivati, e pascoli, mentre il panorama, a ovest, si apre sulle cime del crinale tosco-romagnolo.

Nonostante tali pendenze, questo secondo segmento può considerarsi il più semplice della scalata, e ciò la dice lunga sul suo grado di difficoltà. Dopo il ristorante “La Nocina”, infatti, si tira il fiato per 200 m, poi non c’è più una attimo di respiro sino alla vetta. Gli ultimi 1.300 m sono terribili: si viaggia costantemente fra il 10-15% e nemmeno i 4 tornanti che scandiscono l’ascesa rappresentano un grande aiuto. Guadagnata faticosamente la sella (719 m), si scende per alcune centinaia di metri sino a incrociare la Strada provinciale 96, che scende da Spinello. Al bivio si svolta a destra e in poco meno di 4 Km, prima con qualche mangia e bevi, poi in discesa, si raggiunge il passo del Carnaio, in prossimità del ristorante Gamberini, congiungendosi alla Strada provinciale 26 che sale da Santa Sofia. All’incrocio, si svolta a sinistra e si fa rotta su Bagno di Romagna come precedentemente illustrato.

Nel caso si voglia affrontare il giro dal versante forlivese, occorre risalire tutta la valle del Bidente, lungo la Bidentina, sino a Santa Sofia. Chilometraggio e dislivello restano invariati, l’unica differenza è rappresentata dal valico del Carnaio che sarà il primo dei 4 passi, anziché l’ultimo.

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