Vasco Rossi, cofanetto celebrativo di “Siamo solo noi”

Saranno contenti i fan di Vasco Rossi che lo marcano stretto mentre l rocker di Zocca è in vacanza al Grand Hotel di Rimini. A 40 anni dall’uscita di “Siamo solo noi”, Sony Music / Legacy celebra il quarto disco di Vasco Rossi (pubblicato per la prima volta il 9 aprile 1981 dall’etichetta Targa) con la speciale edizione da collezione della serie R>PLAY. Dedicata ai quarantesimi anniversari dei suoi album da studio, la serie, per la quale è stato creato un logo ad hoc, è stata inaugurata nel 2018 con la ripubblicazione del primo album di Vasco“Siamo solo noi – R>PLAY Edition 40th” esce venerdì 18 giugno.

Per questa ricorrenza è stato girato anche il videoclip animato inedito di “Siamo solo noi”, che sarà online dal 24 giugno.  Il video è prodotto da Chiaroscuro Creative e realizzato dallo stesso team dei video di Jenny è pazza e Anima fragile: disegni e scenografie sono di Rosanna Mezzanotte; soggetto (con Roberto Lepore) e regia di Arturo Bertusi; motion graphic e animazioni di Tommaso Arosio; animazioni passo 1 di Matteo Manzini. Siamo solo noi uscì in un periodo in cui nessuno in Italia faceva rock, né rock d’autore. Per la critica, il rock doveva essere solo in inglese. Il quarto album di Vasco e il suo “rock canzone” non fu capito da loro in quel momento, non avevano ascoltato niente di simile prima. Vasco è stato un precursore nel nostro Paese, con un suo linguaggio, personale e potente, senza imitare nessuno. E così come i cantautori, che amava, prima di tutto dava importanza alla parola e al testo.

Racconta Vasco«Per la critica o eri cantautore o eri pop. Per questo pensavo a un rock popolare, anche se ero cresciuto con i cantautori. ‘Siamo solo noi’ non l’avrei scritta senza ‘Quelli che’ di Enzo Jannacci, che era un testo aperto, potevi cambiarlo ogni sera. Lo mettevo in radio già nel 1976-77. Io compravo i suoi dischi dai primi in dialetto milanese, ‘El portava i scarp del tennis’ e ‘L’Armando’, lui era geniale. Uno dei grandi con Mogol e Battisti, De Gregori, Guccini, De André. Giorgio Gaber era uno dei pochi che andavo a vedere a teatro, non perdevo uno spettacolo. Era troppo avanti, nuovo e anche perfetto in tutto, io l’ho amato dentro. Sono cresciuto con loro, poi ho trovato il mio stile ma sono figlio loro.»

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