Vasco a Imola, tre generazioni ad ascoltarlo. Le foto più belle GALLERY

IMOLA. 1980,1998, 2001, 2005, 2022 sono le cinque volte di Vasco a Imola. In mezzo hanno vissuto e cantato alcune generazioni, boomer, millennial, X. La prima si ricorderà del Vasco delle origini semisconosciuto che canta alla Fiera del Santerno davanti a quattro gatti, vent’anni dopo il delirio con l’ultimo concerto insieme a Massimo Riva proprio a Imola, immortalato nella storia alla voce Rewind. Poi altri due Heineken Jammin Festival in sequenza. In mezzo c’è un mondo che è cambiato, nel 1998 non c’erano nemmeno gli smartphone e nemmeno i social, ieri sera a cantare invece c’era una buona fetta di pubblico che nel 1998 non era nemmeno al mondo e che è nata e che con lo smartphone in mano ci è nata. (foto Mmph Mauro Monti)

photo mauro monti/MMPH
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C’è chi è al suo primo Vasco, pochi per la verità, poi c’è chi come Tiziana che arriva dal Canton Ticino, è al 51° concerto, Imola li ha fatti tutti ed evidentemente non solo quelli, ed era anche a Milano qualche giorno fa.
Ieri sera la generazione era una sola, di sconvolti? No, o non più, più il “manifesto futurista della nuova umanità”. E a cantarla sempre lui, il 70enne rocker emiliano che se ne frega dell’età, del tempo, e che …eh già è ancora qua. Per prendere il posto davanti sono entrati a decine di migliaia dalla mattina senza fretta (ma davvero sono 86mila? La Rivazza non straborda affatto) e all’ora dell’aperitivo arriva la prima sorpresa. Emma sale sul palco e ne spara forte cinque che scaldano il pubblico da sexy girl. È più o meno l’ora in cui la situazione diventa incontrollabile. Accessi che cambiano colore di pass o biglietto, situazione già critica tre ore prima del concerto ai bagni pubblici: code infinite, steward che ti mandano da una parte all’altra, soluzioni improvvisate che creano qualche disagio e qualcuno si spazientisce, certamente una delle cose peggio organizzate e gestite. Il pavimento del paddock è coperto di plastica e rifiuti di ogni tipo, di plastica poco… compostabile di sicuro e ci si cammina sopra mentre si suda sotto ai giubbetti plastificati infilati mentre pioveva che poi si è tenuto addosso. A un concerto si sa come si entra, come si esce no, ma sicuramente fradici d’acqua, di sudore, pioggia, soddisfazione, scarichi di un po’ di tensioni della settimana. Come recita un cartello in viale Dante: “Forse il rock non ti cambia la vita…” però… e ognuno aggiunge quel che vuole.

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