I libri non sono solo incredibili strumenti scientifici e culturali, alcuni sono sacri, nell’accezione spirituale o laica, come la Bibbia o il Capitale. Anche tra chi va vela, dai sognati Oceani al quotidiano Adriatico, per passione svincolata dalla dimensione sportiva o motovelica, c’è un libro sacro, che quest’anno festeggia i 50 anni della traduzione italiana: “Un vagabondo dei Mari del Sud”, scritto da Bernard Moitessier e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1960. Tradotto da Francesco di Franco che nell’introduzione scrive: «L’immaginazione non potrà mai dare un’idea precisa di Bernard Moitessier, del suo genere di vita, dei suoi sentimenti quasi sempre celati dietro dichiarazioni ufficiali, del suo bisogno di correre mari tempestosi e di andare verso pericoli indescrivibili».
Il suo bisogno è anche il nostro bisogno, molto più semplice, quotidiano, di alzare una vela e mettere la prua a Oriente. Un oriente adriatico meraviglioso, punteggiato di mille isole e scogli, di sapori e culture, istriane e dalmate. Il suo bisogno è quello di tutti i velabondi, vagabondi che vanno a vela, senza ambizioni sportive, senza velleità tropicali, semplicemente per il piacere di giocare con il vento e con le onde, con una mano stretta alla barra e l’altra alla scotta, con negli occhi un orizzonte odissiaco.
Moitessier ci ha insegnato innanzitutto che si può navigare anche su “piccoli galleggianti a vela”, su barche che fanno acqua come lo Snark o Marie-Thérèse, su scafi costruiti a “occhio e croce” e con poca esperienza come Marie-Thérèse II, per arrivare infine a barche che diventeranno leggendarie come Joshua.
L’empatia tra uomo e barca
Ma quest’ultima non era neanche nei sogni del “vagabondo dei Mari del Sud”, un ragazzo che a 27 anni, nel 1952 annota sul suo diario di bordo: «eravamo al nostro ottantacinquesimo giorno di navigazione a Singapore. Ho detto “nostro”, perché eravamo effettivamente in due: Marie-Thérèse ed io. In realtà eravamo diventati una sola cosa, come una sola cosa sono il corpo e lo spirito che vii abita».
Quante volte a bordo, anche durante una semplice veleggiata pomeridiana in solitario abbiamo provato la stessa comunanza? Di questa straordinaria empatia tra uomo e barca, Moitessier ha saputo rinnovare il racconto, che prima di lui aveva fatto il padre di tutti i diportisti solitari Joshua Slocum e ancor prima avevano fatto professionisti della vela e della scrittura: Hermane Melville e Joseph Conrad.
Con “Un vagabondo dei Mari del Sud”, pubblicato in Francia nel 1960 e tradotto in Italia da Mursia nel 1969, Moitessier è entrato nell’olimpo degli marinai-scrittori, di quel ristrettissimo novero di uomini che hanno saputo restituire in maniera vivida le emozioni delle onde e del vento, ma anche angosce, inquietudini, gioie che i grandi orizzonti marini amplificano. Un marinaio a cui ci si affeziona anche per i suoi errori, le sue fragilità, i suoi naufragi.
Dall’oceano all’Adriatico
Due sono quelli raccontati in questo libro: il primo con Marie-Thérèse alle Isole Chagos, disperse nell’Oceano Indiano, il secondo con Marie-Thérèse II a Trinidad nel Mar dei Caraibi. «La mia pellaccia di sciacallo ne sarebbe uscita indenne come sempre, poiché le canaglie sono dure a crepare. Ma per la mia barca innocente il rintocco a morte sonava già, orchestrato, ritmato dagli urti terribili che rintronavano sullo scafo, scagliato, scagliato scagliato contro le rocce», scrive Moitessier alla fine. Un naufragio e una conclusione provvisoria, perché proprio da queste tragiche esperienze ripartirà per costruire una nuova barca in ferro, Joshua, con cui negli anni successivi compirà straordinarie avventure, su tutti gli oceani, raccontate in altri libri di successo. Ma questo d’esordio è forse il più bello, di certo è quello più libero e spensierato, come lo sanno essere i ragazzi alla prima esperienza, marinaresca e lettararia.
“Vento, Sole e Mare, Trinità del Dio dei marinai”, scrive Moitessier e noi aggiungiamo, anche di quelli che navigano nel nostro piccolo, amato Adriatico. Prima che l’anno finisca molliamo gli ormeggi e issiamo una vela, andiamo al largo a leggere o rileggere qualche pagina di questo Libro. Ma anche chi non veleggia, o ha la barca in secco, può almeno liberare la fantasia al vento, andando a leggere o rileggere “Un vagabondo dei Mari del Sud” in riva al mare.

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