È carnevale, parliamo di carnevale. Non del carnevale di oggi, ma di quello degli anni Ottanta dell’Ottocento. E per farlo, come è nostro vezzo, andiamo a sfogliare le vecchie cronache dei giornali gettando lo sguardo sui veglioni del più blasonato circolo cittadino: il Casino Civico. Un sodalizio, questo, che affonda le radici agli albori di quel secolo e che nelle sue «gloriose memorie» annovera il fior fiore dell’aristocrazia riminese e tanti ospiti di riguardo. Tra questi, come ricorda Filippo Giangi nel suo Diario alla data del 19 agosto 1833, persino Gioacchino Murat.
Per ritrovare l’atmosfera elitaria che si assapora in quei saloni dorati andiamo a mettere il naso nelle pagine de Il Buon senso. Giovedì 23 febbraio 1882 il periodico politico-letterario – con idee progressiste e quindi non proprio vicine a quelle dei soci del circolo – scrive: «La Società del Casino Civico è, al credere nostro, una istituzione antiquata, che non è riuscita e non riuscirà mai a spogliarsi del suo vizio di origine. Vi regna l’esclusivismo. Lo spirito delle caste privilegiate passeggia ancora là dentro senza avere smesso che in parte il sussiego e la musoneria di altri tempi, e quindi cordiale e franca allegria non vi può essere». Stesso severo giudizio ci viene dato anche del periodico socialista L’Alfabeto il 14 gennaio 1883 in margine a un ricevimento: «In quelle sale non abbiamo potuto ammirare quella spigliatezza, quella disinvoltura e fraterna socialità che richiedesi in una festa. La fredda educazione uccide. Noi vorremmo vedere più sentimento, più cuore e minor calcolo, nessuna convenzione. Noi siamo per la rispettosa fraternità».
Queste considerazioni – espresse dai due organi di stampa riminese –, così schiette e nello stesso tempo così aspre, dimostrano che il Casino Civico, nonostante il trascorrere degli anni, è rimasto ai tempi del Giangi. Il ciarliero cronista, mezzo secolo prima, annotava che in quel ritrovo per Carnevale si svolgevano due o tre balli elegantissimi, ma poco divertenti: il «sollazzo» non si prolungava mai oltre l’una o le due di notte e le maschere erano non più di quaranta o cinquanta. L’esiguo numero di queste era dovuto allo statuto del sodalizio intenzionato a salvaguardare un ambiente esclusivo, aperto solo a nobili e «a pochi borghesi “galantuomini”».

Abbandoniamo le indiscrezioni sul dna del sodalizio e concentriamoci sulle maschere, che come sappiamo, aggiungono brio agli incontri. In questo tempio di signorilità e distinzione, che persevera nel mantenere una rigida e seriosa etichetta, non tutti i costumi di carnevale hanno libero accesso alle sale: quelli ritenuti poco decorosi non vengono fatti entrare. E proprio per evitare brutte figure ai soci e ai loro ospiti – a partire dalla fine degli anni Ottanta – una speciale commissione ha il compito di esaminare le maschere «ad una ad una, impedendo l’ingresso nelle sale del sodalizio a quelle che non hanno un abbigliamento inappuntabile».
La procedura, in linea con la rigida selettività del circolo – comunica Italia il 18 febbraio 1888 – si effettua «in una camera appartata».
I costumi, da quelli storici a Pierrot
I costumi che in questo scorcio di fine secolo vanno per la maggiore sono quelli storici: spagnoli del Seicento e in stile Luigi XV e Direttorio. A questi abiti firmati da sartorie famose, spesso impegnate nei lavori di taglio e cucito presso i maggiori teatri italiani, si aggiungono quelli creati da stilisti caserecci, sempre vivaci e originali. In questi casi la fantasia spazia sui vestiti da odalisca, zingara, monaca, clown, sultano. Non mancano i Pierrot, gli Arlecchino e i Pulcinella.
Gli uomini senza troppa fantasia si agghindano da “domino”, ovvero indossano un mantello; questo, tuttavia, deve essere di tessuto pregiato e «molto svolazzante».
Il costume non è obbligatorio. I gentiluomini, senza maschera, mettono il classico frac; le dame, invece, oltre a far sfoggio di stupende toilette con vertiginose scollature impreziosite da perle e gemme, non rinunciano alla visiera: una piccola, stuzzicante mascherina da apporre sul volto di tanto in tanto.
Serate in maschera e curiosità
Sulle serate in maschera del Casino Civico tanti sono gli episodi curiosi che ci vengono propinati dai giornali, piccole storie di un mondo aristocratico che anche nel divertimento è costretto a conservare la sua dignitosa autorevolezza. Tra questi, la scelta che abbiamo fatto si è indirizzata su tre aneddoti dal sapore boccaccesco, riferiti dalla stampa “sottovoce” e senza troppi approfondimenti. Il primo riguarda il veglione di Carnevale del 1886. Tra le maschere – riferisce Italia il 3-4 marzo – ce n’era una che distribuiva «squisitissimi dolci» e che «ha fatto perdere il cervello a molti col suo spirito. Era un uomo? Era una donna? S’ignora: le movenze erano femminili e graziosissime; ma le forme maschili».
Il secondo è del 1887: «Di uomini mascherati da donna – scrive il cronista di Italia il 26-27 febbraio – ne notammo due con magnifiche toilette, uno dei quali troppo facile a riconoscersi e non nuovo a quella sua “armatura”».
Sullo stesso refrain dei precedenti è anche il terzo, ma con epilogo a sorpresa. Il protagonista della scenetta è un gentiluomo molto galante e molto assiduo dei salotti snob riminesi, che «rimase tutta la notte con un’elegante mascherina, abbandonandosi anche a intime confidenze». Il ragguaglio su questo garbato abboccamento l’abbiamo da Italia del 14 febbraio 1891. Dallo stesso giornale veniamo anche a sapere che il nobile signore, che azzardò il corteggiamento, «ebbe poi la consolazione di scoprire che la bella sconosciuta era… il suo servitore!». La storiella fece il giro della città e il chiacchiericcio sui «due amorosi» si protrasse «dall’Arco al Ponte» per settimane e settimane, senza però entrare nelle cronache dei giornali.
Nessun periodico riminese, liberale o progressista, osò tirare fuori il seguito di quella ardente serata e così noi, intriganti per natura, di quel galante approccio tra il padrone e il suo servitore ignoriamo il finale.

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