Una firma per la decarbonizzazione tra Ravenna e Ferrara

Una firma congiunta, che impegna importanti realtà industriali italiane a captare l’anidride carbonica emessa nel polo produttivo di Ravenna e in quello di Ferrara. La CO2 sarà stoccata negli alvei dei giacimenti esausti di metano nel sottosuolo del mare ravennate, per il primo progetto di questo tipo in Italia. A tenere a battesimo la sigla dell’accordo fra Cabot, Herambiente, Marcegaglia, Polynt, Versalis, Yara con Eni e Snam partner tecnici è stato un evento speciale di Omc, introdotto dalla sua presidente, Monica Spada: «Viene qui presentato un progetto unico nel nostro Paese che ha l’obiettivo condiviso di avviare il processo di decarbonizzazione».

Un programma che – ha spiegato la numero uno della conferenza biennale sull’energia – è da considerarsi «pilota, con l’ambizione di poter essere replicato anche in altre realtà. Un esempio di best practice che altri comparti possono prendere a modello per ridurre le emissioni».

Il tema non è nuovo. L’obiettivo è di stoccare all’interno dei giacimenti esausti di metano del Ravennate un totale di cinquecento miliardi di tonnellate di anidride carbonica raccolti dalle “produzioni hard to abate”, cioè di difficile abbattimento delle emissioni (ad esempio acciaierie, industrie chimiche, centrali elettriche). Il maxiprogetto costerebbe, secondo le stime, 2 miliardi di euro ma un primo passo sperimentale è in corso di progettazione, da parte di NextChem. Un piano di durata quadriennale, con lo stoccaggio di 100mila tonnellate di CO2, 25mila annue, atteso per il 2025.

La questione è cruciale. Ieri non erano presenti solo i firmatari, con Eni e Snam, del patto (Roberto Ballardini di Cabot, Filippo Brandolini di Herambiente, Antonio Marcegaglia del Gruppo omonimo, Sergio Conni di Polynt, Adriano Alfani di Versalis e Francesco Caterini di Yara), ma anche il gotha del mondo energetico italiano. E il presidente di Interconnector, Antonio Gozzi, ha ben riassunto la partita in palio: «Gli hard to abate occupano in Italia oltre 700mila persone, con 88 miliardi di valore aggiunto. Se continuiamo a non fare nulla, questi continueranno a pagare fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro in più all’anno di certificati verdi. E vedranno saltare i loro bilanci». E quindi la Ccus (captazione, stoccaggio e riutilizzo della CO2) diviene «non la soluzione, ma una delle soluzioni», come ha affermato Luigi Ciarrocchi, presidente di Assorisorse. All’evento ha partecipato anche il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, che ha molto spinto «su quella U nella sigla, che significa utilizzo. E che comprende investimenti, soluzioni, occupazione». Nell’idea di Eni e Snam la CO2 può servire a comporre l’idrogeno, considerato il propellente del futuro. Ad intervenire, durante la presentazione, è stato anche il presidente dell’Autorità di sistema portuale, Daniele Rossi, che ha parlato di importanti sviluppi relativi al progetto per «un campo di fotovoltaico da 20Mw su un’estensione di 30 ettari, per la produzione di idrogeno verde». Il riferimento è al progetto previsto nell’area ex Sarom e finanziato con 20 milioni dal Pnrr.

A latere dell’evento, un informale ma lungo meeting fra il sindaco Michele De Pascale, il presidente della Pir, Guido Ottolenghi e Stefano Venier, amministratore delegato di Snam. Secondo fonti vicine alla stessa Snam non sarà la nave di stoccaggio e rigassificazione Golar Tundra, già acquisita, a giungere a Ravenna, perché andrà a Piombino. Quella che sarà posizionata nelle acque ravennati verrà acquistata entro il mese e probabilmente sarà collegata all’impianto ex Some di proprietà proprio della Pir. L’alternativa rimane la banchina rotabile in acciaio, da posizionare ex novo, sempre offshore.

Da un lato le forniture di gas dalla Russia che cominciano a ridursi, dall’altro l’aumento dei prezzi e «i salassi» per famiglie e imprese, mentre il riempimento degli stoccaggi è «ancora lento e debole». Da Ravenna il Partito repubblicano, attraverso le parole di Giannantonio Mingozzi, lancia l’allarme di «un inverno critico e problematico» e, sottolinea, «non si capisce per quale motivo il Governo non si decida ad autorizzare la ripresa delle estrazioni dai pozzi dell’Adriatico anche con nuove concessioni». Infatti, precisa Mingozzi, «per quanto sia importante il possibile arrivo del rigassificatore offshore a Ravenna, il caro bollette e le stangate che si prevedono ancora nei prossimi mesi rendono del tutto incomprensibile l’impasse che si registra nell’estrazione delle nostre risorse».

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