Un residuo di medioevo simile alla tratta degli schiavi

Nell’Ottocento il mercato del bracciantato, o – come si diceva allora – «delle opere», aveva l’epicentro in piazza Sant’Andrea. Nei documenti pubblici questo traffico era indicato anche come «mercato di porta Montanara», con riferimento all’antico “monumento” di epoca sillana che collegava la città con la campagna e l’entroterra collinare.

Questa particolare operazione prendeva ufficialmente inizio con la mietitura del 1868 ed era la Camera di commercio ed arti di Rimini che se ne faceva promotore. Il 27 maggio di quell’anno, infatti, Ruggero Baldini, a nome dell’ente, inviava una lettera al sindaco perché anche a Rimini, come in altre città della Romagna, venisse «attivato un mercato d’operai per la stagione della mietitura». La richiesta, si legge nella missiva, era «reclamata da molti e molti proprietari e mezzadri, i quali spessissimo sonosi trovati nella necessità di dover differire le operazioni importantissime de’ raccolti, per la difficoltà di rinvenire all’opportunità gli operai necessari alle loro messi e ciò con quanti danni è facile l’immaginarsi senza bisogno di dimostrazione». Il permesso era concesso e «il piazzale fuori Porta Montanara» diventava il luogo scelto per questo genere di “acquisti” (Carteggio Generale 1868 / 935 in ASCR-ASR). La “contrattazione”, pubblicizzata da manifesti comunali e divulgata in modo capillare dai «reverendi parroci» dei sobborghi e del contado, iniziava all’alba e si protraeva per tutti i giorni della mietitura (Pubblici Avvisi del Municipio di Rimini, del 27 maggio 1872 e 10 giugno 1876 ASCR-ASR).

Un altro genere di mercato della manodopera si svolgeva fuori Porta Romana nei pressi della chiesa della Colonnella. Qui, il 25 marzo – giornata consacrata a Maria SS. Annunziata – convenivano i contadini e i piccoli proprietari rurali, «per lo più della bassa Romagna», per “comprare” il garzoncello da “utilizzare” per la custodia del bestiame o per i lavori dei campi. Lungo la via Flaminia, ad attendere il “padrone”, si disponevano decine di piccoli “paria” di età compresa tra i 12 e i 16 anni, accompagnati dal padre. Nel fagotto, che questi poveri giovinetti stringevano sotto il braccio, era racchiuso tutto il loro corredo personale. La contrattazione si effettuava alle prime luci dell’alba. La procedura e le formalità dell’acquisto non si discostavano granché da quelle usate con le bestie: il “compratore” pretendeva che il ragazzo fosse sano e sveglio e per assicurarsi delle capacità fisiche e del massimo rendimento che avrebbe potuto fornirgli, prima della spesa lo esaminava ben bene: lo palpava, gli faceva muovere le braccia, lo incitava a correre avanti e indietro. Alla fine se corrispondeva ai suoi desideri gli faceva saltare il fossato della strada: quel balzo, cui seguiva una stretta di mano con il padre accompagnatore, sigillava l’avvenuto “contratto di vendita”. Insieme con i garzoni, ma separati da questi, c’erano le servette, anche loro in attesa dell’ingaggio (Diario Cattolico, 28 marzo 1934).

La “Fiera della Colonnella”, detta anche «dei servi e delle serve», ha origini antichissime, addirittura pagane, e nemmeno il cristianesimo con la sua lotta secolare contro la schiavitù è riuscito a rimuoverla. Resterà in auge fino agli anni Trenta del Novecento. Poi limitandosi al mercato delle “servette”, la “fiera” farà nuovamente capolino nell’immediato secondo dopoguerra, ma per un periodo molto breve. A riproporla, nella sua squallida “vetrina”, sarà una nuova e ancora più cruda miseria, che indurrà l’umile gente dei campi ad “affittare” le proprie figlie – nella speranza di poterle sfamare – alle poche, fortunate famiglie benestanti.

Questo residuo di Medioevo, paragonato alla tratta degli schiavi, ha sempre avuto forti oppositori. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento è Il Nettuno che, sventolando la bandiera della rivoluzione sociale, si batte contro questo «barbaro uso di mettere all’incanto persone pei servizi domestici». «È la miseria che contratta la miseria – grida il periodico socialista il 7 aprile 1878 -. Un giorno, quando sarà un fatto che i servi e i padroni formeranno la sola classe naturale, quella degli uomini, queste rimembranze delle passate barbarie scompariranno dal mondo civile».

In concomitanza con questa rozza istituzione si svolgeva anche la tradizionale “Festa dei fichi”. La ricorrenza riempiva lo spiazzo nei pressi della chiesa parrocchiale di Santa Maria della Colonnella di bancarelle di genere dolciario e in particolare di fichi secchi. In vendita, per la gioia dei bambini, anche le pive, oggi – immersi nell’era dei social -, totalmente scomparse. Virginio Cupioli, classe 1926, sul Notiziario del Dopolavoro ferroviario di Rimini diretto da Giovanni Vannini, nell’aprile/maggio 2013 così ricorda e descrive questi “strumenti” a fiato: «Le pive erano costituite da una cannuccia colorata con una linguetta a cui era legato un palloncino sgonfio. Soffiando nella cannuccia il palloncino si gonfiava, dopodiché l’aria che usciva produceva il suono». La “Festa dei fichi”, insomma, era una allegra celebrazione patronale condita di giostre, burattini e divertimenti vari; una sagra popolare che continuerà a riproporsi sino agli anni Sessanta del Novecento, rammentando ai riminesi l’antico «mercato dei garzoni e delle servette».

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