Un nuovo fronte nei Balcani

C’è una frase che mi rimbomba nella testa ogni qualvolta si riaccendono le tensioni interetniche nei Balcani. Non ricordo chi me la disse. Fu alla fine degli anni ottanta durante uno dei primi incontri con alcuni esponenti della società civile croata, quando la prospettiva del distacco di Zagabria da Belgrado era sul punto materializzarsi. “Perché devo essere minoranza nel tuo stato se posso essere maggioranza nel mio?” era l’interrogativo che mi ponevano gli interlocutori in risposta ai miei dubbi sulle rivendicazioni indipendentiste che avrebbero, in seguito, portato alla disintegrazione della Jugoslavia. Dall’esterno cercavamo di capire quali fossero le ragioni che stavano provocando il collasso di quel grande contenitore federale di popoli e culture che per lungo tempo aveva fatto da ponte fra le democrazie occidentali e il blocco dei paesi comunisti. Poi abbiamo visto come è finita. E, purtroppo, non è ancora finita. Quella frase mi insegue ancora continuando a guidarmi nel ginepraio balcanico. Pochi giorni fa è, di nuovo, balzata all’attenzione internazionale la questione del Kosovo. Nella parte settentrionale dell’ex provincia jugoslava la minoranza serba, che nelle quattro municipalità di questa zona è maggioranza, è scesa per le strade innalzando barricate e bloccando due punti di attraversamento del confine per protestare contro la decisione del governo di Pristina di introdurre dal primo agosto misure di reciprocità per quanto riguarda le targhe delle automobili e i documenti di identità rilasciati dalle autorità di Belgrado. I provvedimenti adottati dal governo kosovaro, poi posticipati al primo settembre su pressione americana e europea, non hanno nulla di anomalo, mirano solo alla parità di trattamento.

La Serbia non riconosce l’indipendenza del Kosovo e il Kosovo, di conseguenza, ha deciso di fare altrettanto. Dal 2011 è in corso un dialogo fra le due parti facilitato dall’Ue che per Belgrado dovrebbe portare alla semplice normalizzazione delle relazioni senza ulteriori implicazioni mentre per il Kosovo dovrebbe condurre al pieno riconoscimento reciproco delle parti come soggetti statali indipendenti. Quasi un dialogo fra sordi. A innalzare il livello di scontro fino al superamento della soglia di guardia hanno contribuito alcuni media di Belgrado che parlavano di nuovo conflitto armato in corso e numerose fake news circolate ad arte sui social network secondo le quali Pristina avrebbe inviato corpi speciali di polizia per un’operazione di pulizia etnica a danno dei serbi. Niente di tutto questo era, ovviamente, vero. Le forze nazionaliste al governo a Belgrado non hanno mai rinunciato al progetto di riportare tutte le comunità serbe sparse nel territorio della ex jugoslavia all’interno di un unico stato ridisegnato secondo linee etniche. La partizione del Kosovo è ancora l’opzione preferita da alcuni politici serbi per la soluzione delle questione. Chi conosce i Balcani, però, sa bene che una eventuale modifica dei confini o scambio di territori innescherebbe un processo a catena destinato a sconvolgere un’altra volta gli stati della regione a partire dalla Bosnia-Erzegovina imprigionata in una fragile, complicata e ingestibile architettura istituzionale. A fare il controcanto all’ultranazionalismo serbo contribuendo ai tentativi di destabilizzazione non mancano le aspirazioni degli ambienti pancroati di Zagabria con quelli panalbanesi di Tirana e Pristina. Il progetto di “Grande Serbia” ha l’effetto di rianimare quelli di “Grande Croazia” e “Grande Albania” mitizzati dagli oltranzisti etnici dei tre gruppi. A distanza di trent’anni dalla decomposizione della Jugoslavia i Paesi dei Balcani sono ancora impantanati in una interminabile transizione. Il punto di approdo comune dovrebbe essere l’adesione all’Unione europea ma Bruxelles indugia e tentenna mostrando tutti i limiti di una leadership incerta. Non deve esserci posto in Europa per chi discrimina fra appartenenza etnica e diritto di cittadinanza ma chi avanza sul terreno dell’integrazione e delle riforme politiche ed economiche deve trovare la porta aperta. Il processo di allargamento è fermo dal 2013, anno dell’ingresso della Croazia, e non ci sono adesioni in vista nonostante il Montenegro, ad esempio, abbia quasi concluso il percorso negoziale. Anche la Serbia è chiamata a scegliere fra l’opzione russa di destabilizzazione e annessione di pezzi dei Paesi vicini e quella europea di integrazione dolce nel rispetto dei diritti di tutti.

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