Umberto Orsini torna nei panni di Karamazov al Galli di Rimini

«Mi hanno dato molti riconoscimenti, ma preferisco essere celebrato in scena. Mi piace di più ricevere i premi sulla carne che sulla carta». E i successi, gli applausi del pubblico non mancano all’inossidabile Umberto Orsini (88 anni), uno dei massimi interpreti del teatro italiano, che torna a vestire il corpo e l’anima di uno dei personaggi da lui più amati: Ivan Karamazov.

È stato Ivan nello sceneggiato televisivo del 1969 e poi di nuovo nel 2014 per la regia di Pietro Babina. Ora, prodotta dalla sua compagnia e per la regia di Luca Micheletti, la pièce “Le memorie di Ivan Karamazov” arriva sui palcoscenici di Italia e questa sera sarà al teatro Galli di Rimini.

«Non è un monologo – spiega Umberto Orsini –. È vero, sono solo in scena, ma attorno a me c’è una scenografia imponente, complessa, con sonorità, luci, e i fantasmi, i pensieri del protagonista».

Il libero pensatore, nato dalla penna di Dostoevskij, che teorizza l’amoralità del mondo e conduce all’omicidio, forse consapevolmente, l’assassino di suo padre, è ora un uomo ormai maturo che ricorda e riflette sulla sua filosofia e si addentra nei meandri dell’interiorità più oscura.

Prende vita così un vero e proprio thriller psicologico, un viaggio nella coscienza umana che si trova di fronte ai dubbi della fede e ai mali dell’umanità.

Orsini, com’è nata l’idea di questa pièce?

«Io e Luca Micheletti, che oltre a essere un bravissimo regista e drammaturgo è anche un cantante lirico di livello, siamo amici. Parlando e confrontandoci ci è venuta in mente l’idea di uno spin-off su Ivan Karamazov. Un personaggio che nel romanzo non ha un finale chiaro. Il suo destino rimane sospeso, non concluso. L’ho studiato e approfondito nel corso del tempo e le sue riflessioni sono da sempre molto attuali».

Ci sono differenze con le interpretazioni precedenti?

«Qui sono meno misurato, mi scateno di più dal punto di vista vocale e fisico. Sono un Ivan più disperato».

Nel testo non manca il celebre capitolo su “La leggenda del Grande Inquisitore”.

«La verità di questo brano colpisce sempre. I temi della massa che vuole essere guidata, della necessità di riflettersi nelle idee degli altri sono una realtà che trova mille declinazioni: quella etica, politica, sociale. La non scelta, lo sfuggire, l’impossibilità dell’uomo di gestire la libertà, il demandare sempre a qualcun altro, che sia la Chiesa, la politica o altri, sono comportamenti senza tempo».

In scena c’è uno specchio. Quale funzione ha?

«Evoca la presenza di Cristo che scende sulla terra. È l’immagine di Ivan che si riflette e mentre lo stesso Ivan sembra che stia parlando con Cristo, in realtà parla con sé stesso. Il gioco del doppio è una delle cifre di Dostoevskij. Doppi che sono nella mente. Anche il Diavolo diventa un interlocutore invisibile. Si materializza in maniera molto buffa, diventa un macchinario, ma la sua voce è familiare, è quella del protagonista. Cristo e il Diavolo sono dentro di lui, dentro me».

Lei si sente libero?

«Sì, e per fortuna anche professionalmente. Da anni ho la mia compagnia teatrale con la quale perseguo la mia educazione e la mia scelta di spettacoli esemplari. Certo non è facile. Sono libero di progettare, ma come tutti dipendo dai teatri, dalle istituzioni. Ci vuole tanta forza, volontà e tenacia».

Altri progetti all’orizzonte?

«Sono in scena diverse produzioni della mia compagnia. Per quanto riguarda me ho in programma prossimamente la pièce comica “I ragazzi irresistibili” insieme a Franco Branciaroli».

Inizio alle ore 21
Info: 0541 793811

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