Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisata missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo sitroverà a dover dipanare una serie di misteriosi omicidi che insanguineranno una biblioteca labirintica e inaccessibile.

“Il nome della rosa”, pubblicato la prima volta nel 1980, esce ora per La nave di Teseo in una nuova edizione, che si distingue dalle precedenti per l’aggiunta di un piccolo apparato di appunti e schizzi preparatori di mano dell’autore, con disegni, piantine, ritratti di monaci, mappe del labirinto, diagrammi alfabetici.

Vero e proprio pastiche di generi letterari diversi, questo libro di Umberto Eco si presenta come un romanzo poliziesco dal taglio semiologico. Il filosofo e semiologo alessandrino riesce qui a creare – alla stessa stregua di scrittori quali Rabelais, Cervantes, Sterne e Melville – quello che si può definire un “mondo nuovo”, arrivando ad affascinare, con la propria passione per il sapere e per le forme della sua trasmissione, persone fra le più lontane dai suoi interessi e da abbazie, inquisitori, libri antichi e lingua latina.

Attraverso un apparato straordinariamente complesso, quanto a ricchezza ed intertestualità, “Il nome della rosa” chiede ai lettori, pagina dopo pagina, di condividere il compito di Guglielmo da Baskerville di interpretare e rispettare la polifonia dei segni, facendosi accompagnare fino alla fine da una voce narrativa (non immune, a tratti, da una certa dose di ironia…) briosa, inattesa e contraddistinta da quella “difficoltà piacevole” che ha decretato sicuramente il successo del romanzo nato, come diceva Eco, da un assunto di fondo: “Ciò di cui non si può teorizzare, lo si deve narrare”.

“Il nome della rosa” – ha scritto Alessandro Baricco – è un libro che ha inaugurato una nuova stagione dei libri: quella in cui un romanzo non è tanto figlio di un incesto tra consanguinei, cioè l’erede stretto di una dinastia, quella letteraria; ma è lo spazio in cui narrazioni, abilità, tradizioni e saperi completamente diversi vanno ad abitare insieme. Una sorta di centro magnetico capace di raccogliere pezzi di mondo esiliati da ogni parte”.

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Umberto Eco

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