Ucraina, riminesi nei sotterranei per scampare alle bombe

«Il suono di un allarme, la terza volta oggi». Sotto gli aerei che sorvolano il cielo di Leopoli, in Ucraina, la gente scende nei rifugi sotterranei e si stringe nel buio e nel freddo dei corridoi, temendo un attacco improvviso. Negli occhi delle persone, donne, uomini, bambini e anziani, domina l’apprensione, ma ancor di più la loro umanità. Molti hanno coperte per scaldarsi, mentre il distributore dell’acqua funziona a fatica. C’è chi usa il computer o il telefono, chi ha con sé il proprio animale domestico nella cuccetta a tenergli compagnia, chi rimane con la testa bassa. Sono l’uno in fila all’altro, affiancati in attesa della fine dell’allarme, con l’ansia di sapere cosa è avvenuto in superficie, se la guerra è alla fine giunta anche lì. «La sirena suona in media 3 o 4 volte al giorno: vuol dire che ci sono aerei nell’area. Le bombe non sono ancora arrivate qua, ma non sappiamo cosa potrebbero fare Putin o l’esercito. C’è paura, certo, ma di fronte a persone che scappano prevalgono altri sentimenti». A parlare è Kristian Gianfreda, assessore del Comune di Rimini e appartenente all’associazione Papa Giovanni XXIII, con la quale è attualmente impegnato, nell’ambito dell’Operazione Colomba, a fornire aiuto alla popolazione in difficoltà, e che racconta un po’ della sua esperienza e di quella dei locali. In quei sotterranei c’è anche lui, insieme agli altri volontari partiti da Rimini, per dare una speranza a chi ha visto i missili e le bombe o ha sentito il loro boato.

La disperazione

«È pieno di profughi. Ce ne sono circa 3-4000 alla stazione, ma anche in luoghi di smistamento come stadi e ospedali, dove sono numerosi i feriti». Sulla gente del posto, dice: «A tutti chiedo cosa faranno nel momento in cui la guerra dovesse arrivare anche in questa città. Molti, soprattutto quelli che abitano qui, rispondono che non se ne andranno. Quelli che provengono dalle zone maggiormente colpite dal conflitto sono più spaventati, ma c’è in generale una grande determinazione a non lasciarsi schiacciare e a difendere la propria terra, le proprie case. Ai cittadini vengono distribuite anche armi di ogni tipo, come molotov e fucili da caccia».

Dentro al rifugio

Nella debole luce del rifugio, il nostro conterraneo ha modo di parlare con la gente e capire la loro condizione. Yulia, proveniente da Kharkiv, città vicina al confine russo e uno dei principali teatri del conflitto, gli racconta: «Un sacco di gente a Kharkiv sta morendo. È un posto veramente pericoloso, molte persone anziane sono rimaste là e non hanno la possibilità di andare da altre parti. È una guerra crudele, di una persona davvero cattiva. Dovremmo fare qualcosa. Per favore, se avete l’opportunità di supportare l’Ucraina in qualche modo, fate quello che potete. Grazie dall’Ucraina». La videointervista realizzata da Gianfreda è pubblicata sul sito corriereromagna.it

L’attività di Gianfreda, aiutato da Gianpiero Cofano e da Alberto Capannini sempre della Comunità Papa Giovanni XXIII, è quella di soccorrere il popolo locale, e mettere in contatto gli aiuti di Rimini – raccolti da associazioni e famiglie ucraine desiderose di sostenere connazionali e parenti – con i reali bisogni di Leopoli, dal momento che non esiste ancora una coesa mobilitazione internazionale e una struttura organizzata dalle ong.

Non è la prima volta che l’assessore si trova in queste situazioni, essendo stato anche in Bosnia e in Siria. «Un ruolo simbolico ma importante è anche quello di mostrare la vicinanza del nostro Comune, dell’Italia e dell’Europa, un elemento di fiducia per chi vive sotto le bombe. Il fatto di espormi venendo qua può essere un segno, nel mio piccolo, un modo per disinnescare la paura grazie al fatto di non essere impotenti».

«Qualunque alternativa alla guerra è migliore» è l’appello lanciato infine da Gianfreda. «Nessuno dovrebbe avere il diritto di scatenare tale sofferenza, questo dovremmo ricordarlo più spesso. Non discuto sulle motivazioni della guerra, ma questa sta portando troppo dolore. Purtroppo, ci sono tanti conflitti nel mondo, e ogni volta si ripete lo stesso scenario».

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