Ucraina, il reportage: “Fermatevi, state uccidendo i civili”

“Fermatevi, state uccidendo i civili, non siete liberatori”. Non usa mezze parole Kazbek Tedeev illustrando di fronte alla platea che affolla l’austera sala delle colonne del municipio di Kiev il suo video divenuto virale postato in rete poche settimane prima. Il suo caso aveva suscitato clamore sui media internazionali.

Kazbek era un cittadino russo che nel 2009 si trasferisce in Crimea lavorando come procuratore. Nel 2014, dopo l’occupazione della penisola da parte dei soldati di Mosca, trova rifugio nella capitale ucraina dove continua fino ad oggi a esercitare la sua professione. Davanti all’ennesimo bombardamento russo di una zona residenziale che stronca la vita di civili innocenti non ce la fa più a rimanere zitto. Prende così il telefonino filmando di getto un appello accorato rivolto ai suoi ex compatrioti con alle spalle la prova dell’ennesimo crimine di guerra. Lui, di orgine caucasica, gode ancora di grande fama in Ossezia, la terra da cui proviene. Proprio in Ossezia e nelle altre entità periferiche della Federazione Russa è in corso una campagna sotterranea di arruolamento per rimpolpare un esercito che sta subendo ingenti perdite. Ma dato che in Russia è vietato pronunciare la parola “guerra”, chi lo fa rischia quindici anni di reclusione, le autorità, che continuano a parlare di operazione militare speciale, non possono ricorrere ufficialmente alla precettazione limitandosi così ad adescare le potenziali reclute con l’offerta di contratti economicamente vantaggiosi nelle regioni più povere del Paese. “Qui c’è la libertà di espressione, in Russia no; vi stanno facendo il lavaggio del cervello, lasciateci in pace”, non poteva essere più esplicito Kazbek Tedeev. Si calcola che siano stati quasi 400 gli osseti che dopo avere visionato il suo messaggio hanno rinunciato all’arruolamento. Se solo i media russi avessero fornito un’informazione corretta al posto di quella di regime in corso da anni forse la crisi ucraina avrebbe preso una piega diversa.

Ci sono momenti in cui occorrono atti controcorrente, folli all’apparenza, che sparigliano le carte dei giocatori sul tavolo aprendo nuovi scenari. E’ quello che ha pensato di fare il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta organizzando a Kiev, nel pieno del conflitto, una marcia per la pace che, per ovvie ragioni di sicurezza, ha dovuto svolgersi al chiuso. Sono 54 gli italiani che hanno partecipato sobbarcandosi tredici ore di viaggio in pullman da Cracovia il cui aeroporto, da quando è stato chiuso lo spazio aereo ucraino, si è trasformato nel punto di accesso per tutti quelli che vogliono raggiungere l’ex repubblica sovietica. La manifestazione era stata preceduta la sera prima da un collegamento via zoom con una quindicina di affollate piazze italiane dove amministratori e semplici cittadini hanno fatto pervenire un vigoroso messaggio di pace ai rappresentanti della società civile ucraina che hanno condiviso il progetto. “Siamo tutti ucraini, siamo tutti europei” era lo slogan che campeggiava nella sala delle colonne. Non poteva mancare l’intervento del sindaco, l’ex campione dei pesi massimi Vitaly Klitchko, che ha accolto gli ospiti con il discorso di apertura. “Il vostro è stato un atto coraggioso perché siete venuti a Kiev pur sapendo che non potevamo garantirvi le condizioni di sicurezza”, esordisce ricordando il suo passato di lottatore che prosegue oggi sotto altre vesti. “Sbaglia chi pensa che questa sia solo una guerra fra Russia e Ucraina, tutta l’Europa è coinvolta e rischia di essere destabilizzata”, continua sottolineando come il suo paese faccia parte della famiglia europea, abbia scelto gli standard europei e stia pagando per questa scelta. All’esterno del municipio che si affaccia su corso Kreshatyk, l’arteria centrale della capitale, il traffico è fiacco e pochi sono i passanti che transitano sui marciapiedi.

La città prova a fare di necessità virtù trasformando la precarietà in routine. Ma sono decine i cavalli di Frisia parcheggiati ai lati di ogni incrocio pronti ad essere utilizzati in caso di attacco e tutti i monumenti sono sepolti sotto montagne di sacchi di sabbia a protezione dalle bombe di chi vuole distruggere l’identità culturale del Paese. Piazza Majdan è vuota. Per me un tuffo al cuore. Tutto cominciò qui nel novembre del 2013.

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