La tribù degli amanti del windsurf nel romanzo di Pavolini

La tribù degli amanti del windsurf nel romanzo di Pavolini
La copertina del libro

“Il ragazzo si chiamava Cesare, anche se non è di Roma, e il trik si chiamerà Cheese Roll, in modo che funzioni in tutto il mondo”, così entra in scena un coprotagonista dell’ultimo romanzo di Lorenzo Pavolini, “L’invenzione del vento” (Marsilio, 2019; 175 pp; 16 €). Un romanzo di formazione, che racconta per frammenti la vita di due ragazzi romani dal 1978 al 2000, accomunati da una straordinaria passione per il windsurf.
Il salto mortale in avanti
Ma perché l’attenzione del lettore romagnolo cade sulla figura di un coprotagonista? “piccolo, tosto” che ha trovato “un guizzo speciale per fregare l’onda” e realizzare un sogno (windsurfistico!), quello di fare per primo al mondo il “cheese roll”, che diventerà poi il “killer loop”, il salto mortale in avanti con i piedi nella tavola e le mani strette al boma. Perché quel Cesare non può che richiamare una figura leggendaria del windsurf, Cesare Cantagalli, nato a Faenza nel 1970. Ha imparato ad andare in windsurf a Marina di Ravenna, per entrare nel circuito agonistico mondiale a metà degli anni Ottanta, inventando proprio il “cheese roll”. La prima volta che lo fece in gara era il 1986, di fronte a una spiaggia di Maui, alle Hawaii. Anche Robby Naish , allora 24 enne ma già indiscusso e insuperato campione, andò a stringergli la mano, consacrado il suo ingresso nel gotha del windsurf. E il lettore romagnolo che ha vissuto quell’ubriacatura windsurfistica ricorda perfettamente lo stupore e l’ammirazione provata per quel suo famoso coetaneo, come ricorda l’invidia che si accuiva negli infiniti giorni di bonaccia, trascorsi a sfogliare le prime riviste patinate dedicate al windsurf, ai paradisi del vento e delle onde, agli abbornzatissimi angeli che avevano la fortuna di abitarli, tra cui proprio Cesare partito dalle rive adriatiche.
Tavole preparate in garage
Se questa è una fantastica storia vera, quella romanzata di Pavolini è altrettanto appassionante. È il racconto di due compagni di classe che sognano il windsurf sui banchi del liceo Farnese di Roma, realizzano rudimentali tavole in un garage di periferia, tirano i primi bordi su un lago da raggiungere a cavalcioni di una moto 125.
Giovanni e Pietro sono diversi, per carattere e per provenienza famigliare, borghese il primo, proletario il secondo, sempre ammesso che si possa usare questo aggettivo per il figlio di un benzinaio che incarna pregi e difetti di tanti piccoli imprenditori self-made anni Ottanta. “Continuino pure a chiamarlo Ciccio. Liberi di credere che la pinguedine significhi inerzia e soddisfazione. Tanto lui, oltre a dstribuire benzina e una rinomata miscela per motorini, è stato il primo a pensare di aprire un negozio di windsurf in città”. Questa, come tante altre, sono figure che, insieme a note storiche puntuali e narrative messe a fondo pagina, restituiscono un quadro più ampio alla vicenda, un contesto italiano, burrascoso come il mare che i due windsurfisti affrontano. Ognuno di loro a suo modo, Giovanni da borghese frustrato per non aver assecondato pienamente la sua passione, Pietro da proletario indomito, con un “carattere irrefrenabile”, che arriva al successo per poi venirne travolto. Ecco allora che il windsurf non è più solo uno sport selvaggio e solare, ma “un sistema come un altro per allontanarsi”.
Ma al di là delle inevitabili interpretazioni, giuste o sbagliate, personali o collettive, il romanzo è un canto a una nuova fede del secondo Novecento, il windsurf, un affresco dei suoi adepti, i windsurfisti, che vivono nell’attesa della planata, del salto, della strambata, delle evoluzioni che hanno fatto o che mai faranno. “Stiamo fondando la cellula locale di una pratica molto semplice e rivoluzionaria. Basta una vela e una tavola. Si sta tutta la vita in spiaggia. Come può capire dà una forza straordinaria”, scrive Pietro al suo prof che vorrebbe curiosare nel suo diario, dedicato più al windsurf che alla scuola. Anche per chi lo vive in maniera meno fideistica, il windsurf regala piaceri adrenalinici, che Lorenzo Pavolini, scrittore e conduttore radiofonico, conosce bene e continua caparbiamente a ricercare con il suo Windurfer. “Mollare gli ormeggi e praticare la nobile arte della navigazione. L’imbarcazione a osso di seppia è pronta. Ci si sta in piedi, bilanciando la vela con le mani. Niente carte, niente bussole: equilibrio e preistoria. E quella purezza irresistibile delle cose che vengono prima”. Delle emozioni che offrono il vento e le onde, anche per chi non riuscirà mai a fare un “cheese roll”.

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