Tra i vitigni “dimenticati”, un grande elogio alla biodiversità

Del resto, parlare di vitigni autoctoni in Italia – o, come preferisco definirli io, ‘territoriali’ –, è impresa travagliata fin dalle premesse. Abitiamo infatti, grande privilegio, nella nazione dotata di maggiore biodiversità vitivinicola al mondo, dato che il 75% del terreno vitato è occupato da circa 80 vitigni autoctoni, mentre sono circa 550 le varietà attualmente registrate. Per dire, la Francia ne ha poco più di 200, ma l’80% della superficie vitata è monopolio di circa 20 varietà. Abbiamo un panorama di incredibile ricchezza, in fase di straordinaria riscoperta. Per dire, in un momento in cui il turismo si sta riossigenando dalle pastoie recessive post-pandemia, i percorsi enoturistici di riscoperta-affinità tra il territorio dell’Enotria e i suoi vini possono essere più che una risorsa, un vero e proprio asset. Ecco allora il nostro piccolo contributo alla riscoperta.

Nord Italia

Partiamo dalla Valle d’Aosta, piccola Regione che, nonostante la limitata area vitata, storicamente regala diverse perle. È il caso del Prié Blanc, vitigno (ovviamente) a bacca bianca tipicamente d’altura, adattissimo ad essere coltivato in un territorio interamente montuoso, proprio come quello valdostano. Uva eclettica, si presta ad essere vinificata sia in versione ferma che spumantizzata, ma persino sotto forma di prelibatissimo ice wine. Passiamo ad una delle regioni-cardine della viticoltura italica, ovverosia il Piemonte, dove l’egemonia del Nebbiolo per anni ha oggettivamente ostacolato la riscoperta di vitigni autoctoni di spessore. Fatte salve le piacevolissime enclave di Ruché ed Erbaluce (con il grande Verduno Pelaverga a fare da ‘terzo incomodo’), oggetti di culto per gli enoappassionati, un eccellente progetto di recupero è quello che riguarda la Nascetta, vitigno a bacca bianca storicamente collocato nell’esatto centro della denominazione del Barolo, un vino delicato, dalla maturazione tardiva e dalle rese basse, tuttavia dalle grandi potenzialità espressive. Procediamo ancora, verso il Trentino Alto-Adige, terra dove il bipolarismo tra i vini rossi della Piana Rotaliana (Teroldego in primis) e bianchi altoatesini è forte. Peccato quindi perdersi le potenzialità di un vitigno di grande interesse come la Schiava, un tempo addirittura ribattezzata vino “Potzner” (Bolzanese) a testimoniarne il radicamento territoriale. Ora la Schiava – così chiamata per la tradizione di coltivarla a ‘vite maritata’ – ha ovviamente grande rilievo nel blend del Santa Maddalena, raramente invece viene proposta in purezza, e a giudicare dagli assaggi è chiaramente un peccato. Andiamo avanti con il Veneto, terra chiaramente di grandissima potenzialità, ma anche (fuori dalla Valpolicella, sia chiaro) zona di colonizzazione per l’onnipresente Glera, con il logico esito del depotenziamento di altre storiche varietà locali. Tra cui ovviamente il Raboso, il ‘rabbioso’ vino del Piave dalla storia ultramillenaria. Un tempo consumato a torrenti nelle osterie a suon di ‘cicchetti’, ora torna, nelle due denominazioni Malanotte Docg e Raboso del Piave Doc, con tutti i crismi per essere considerato un grande vino rosso italiano. Passiamo ad un’altra terra fondamentale per la viticoltura italiana come il Friuli, che a causa dell’affermazione dei vari Friulano (ex Tocai), Ribolla Gialla e Sauvignon/Pinot Bianco, tutti a bacca bianca, ha sacrificato il lustro di un vitigno ‘indomabile’ come lo Schioppettino, uva rossa (ufficialmente censito come Ribolla Nera) vigorosa e dalla grande fascinosità, che ora ritorna in versioni di spessore grazie all’opera di un agguerrito gruppo di produttori inossidabili.

Centro Italia

Andiamo ora nella straordinaria cornice dell’Emilia-Romagna, soffermandoci su una zona di cui non si parla a sufficienza come la provincia di Reggio Emilia. La Spergola, vitigno coltivato in zona, con grande rinomanza, già dal 1600, deve la sua riscoperta nei comuni di Scandiano, Albinea, Quattro Castella e Bibbiano, all’azione di diversi produttori e studiosi, che hanno favorito la nascita della Compagnia della Spergola, entità che si occupa di ‘divulgarne il verbo’. Eccellente sia ferma che spumantizzata, la Spergola è indubbiamente uno dei vitigni del futuro in Regione. Vado avanti con un altro dei palcoscenici maximi della nostra viticoltura, la Toscana, dove tanti, piccoli e grandi produttori, si stanno lanciando alla riscoperta di vitigni abbandonati, come il Pugnitello, o alla vinificazione in purezza di uve, come il Ciliegiolo, un tempo dedicato ad essere sacrificate in taglio. Tra le tante esperienze quella del Gratena Nero, riscoperto per puro caso e presente in un’unica azienda vinicola, a Pieve A Maiano, due passi da Arezzo, ha ovviamente un sapore tutto particolare, anche in fase di tasting, dimostrandosi esperienza affatto peculiare. Ci spostiamo, ma di poco, lungo la costa, per arrivare all’Isola del Giglio (ma anche, perché no, all’Isola d’Elba) e parlare dell’Ansonica, uva autoctona per eccellenza che ritorna in grandissime letture di sole e mare che stanno rendendo le gite enoturistiche in territori un tempo centrali nel panorama peninsulare doverose operazioni di riscoperta. Arriviamo ora finalmente in Lazio, per parlare di un vitigno ammantato di mistero come il Cesanese del Piglio, Docg prodotto normalmente in provincia di Frosinone (ma anche della Città Metropolitana di Roma, con denominazione Olevano Romano Doc, con suoli vulcanici) in territori di media collina, a matrice prevalentemente di terre rosse argilloso-limose, per dare vita ad un vino speziato e succoso, dalle grandissime caratteristiche di bevibilità.

Sud Italia

Da adesso in poi ci spostiamo nell’Italia meridionale, partendo proprio dall’incredibile Abruzzo, terra che ormai si staglia tra i grandi territori vinicoli italici. Insieme a Montepulciano, Trebbiano, Pecorina e Passerina, indubbiamente il Cococciola, questo territoriale floreale ed agrumato, ancora tutto da scoprire, può regalare esperienze di assoluto pregio. Parlando del Molise, invece, impossibile non citare la Tintilia, uva ricchissima, dai sentori di piccoli frutti neri e sottobosco, che rappresenta uno dei vitigni ‘riscoperti’ di più ampie potenzialità. Arrivando in Campania, la terra dei cento vini – sono stati effettivamente tutti censiti – lo spazio potrebbe davvero non bastare. Mi limito ad accennare all’Asprinio aversano, già caro a Mario Soldati: piede franco, con ceppi anche di 120 anni, coltivato ad alberata, ovverosia maritato ad alberi che vanno a formare una sorta di muro verde alto anche 15 metri, e vendemmie eroiche, è forse una delle esperienze enologiche più estreme e memorabili, soprattutto in versione ‘sparkling’. Per finire gloriosamente giungiamo alla Puglia, che tra le tante perle annovera anche lo speziato e succoso Susumaniello, e alla Calabria, con quello storicissimo Gaglioppo che viene sì glorificato dal Cirò Doc ma che attende ancora la sua reale consacrazione. Che dire, infine, delle nostre ricchissime isole se non che in Sicilia il Frappato è ormai una realtà sul futuro del quale si può scommettere e che in Sardegna il Bovale permette esperienze enoiche rare e indimenticabili, ideale corollario di quel sole e quel mare ineguagliabili. L’unica soluzione, vi dico, è quella di mettersi in strada e di farsi guidare, ora e per sempre, dalla vite.

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