Sessantanove giorni dopo, uno neppure se lo ricorda com’è bello il mondo visto dalla bicicletta. Ieri poi non era semplicemente bello. No, non basta. Era la meraviglia assoluta. Era un album completo del Vasco anni Novanta sparato a mille. Era “Vivere”. Perché sì, “è passato tanto tempo”.
E perché il 25 febbraio, ultimo giorno in cui ero montato in sella, “è un ricordo senza tempo”. Dopo solo noiosissimi rulli. Un’ora al giorno passata a frullare come un criceto in gabbia. Non era solo bello ieri il mondo, era commovente. Ce le ho ancora negli occhi tutte le sfumature dell’alba sull’Adriatico che mi hanno regalato le colline di Verucchio, il rosso dei papaveri e il verde delle spighe di grano lungo le strade di campagna delle Coste di Sgrigna (nel Riminese), il beige della terra accarezzata dal sole, l’azzurro intenso del cielo finalmente non più mortificato dai palazzi attorno a casa.
Dopo due mesi di mono-panorama con vista sul terrazzo del vicino, di clausura forzata, di file interminabili al supermercato, di mascherine, guanti e puzzolenti gel igienizzanti diventa per forza tutto fantastico. Anche la sveglia delle cinque. Anche il freddo mostruoso delle sei. Persino il fumo nero dei furgoni che sono tornati in strada: farà pure schifo, ma dà tanto il senso di ritorno a una normalità di cui si ha un bisogno estremo.
Dai… mettiamoci dentro anche le Guardie di Rocca che mi hanno fermato ad Acquaviva di San Marino quasi al termine di una salita da infarto e che volevano farmi duemila euro di multa (“nel massimo”), finendo, dopo un consulto con la centrale, per accontentarsi di scortarmi gratuitamente (per me) al confine di Stato.
Mancano gli amici, purtroppo. Perché farsi tre ore di bicicletta in solitaria ti toglie quel sano e scanzonato cameratismo di ogni sport di gruppo. Manca il caffè dalla Belen (questa la capiscono solo i ciclisti). E manca, parecchio, la gamba, che è poca, pochissima e deve fare i conti con la troppa, troppissima voglia di scalare anche le Dolomiti che ti porta a fare sessanta chilometri e mille metri di dislivello quando potresti permettertene (a star larghi) la metà.
Però è comunque tanta roba e anche la fatica diventa uno spettacolo perché il massimo della vita fino a domenica pomeriggio era stato guardare su Raiplay “Non voglio cambiare pianeta”, la serie di video che racconta il viaggio di Jovanotti e l’amico-ciclista Augusto Baldoni di Forlì tra il Cile e l’Argentina. Bello, bellissimo… per loro… per me una rosicata pazzesca.
Intanto siamo scesi dai rulli e siamo saliti in bici. E va bene così. La Romagna per i ciclisti è un patrimonio immenso: ci basta e avanza. Poi, quando questo maledetto virus ci farà tornare a campare come si deve, verrà il tempo anche per tornare sulle salite di Marco Pantani, sui ventidue tornanti di quel monte Carpegna che per ora resta proibito, trovandosi oltre il confine regionale, nelle Marche. Per sfinirci di godimento e sudore. E per “pensare che domani sarà sempre meglio”.

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Enea Abati
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Operaio dell’informazione alla redazione di Rimini del Corriere Romagna. Moroso di Roberta, babbo di Nina e Linda. Vivo a Rimini ma tifo parecchio Cesena. Il mio mondo ideale? Quello prima di Internet.

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