Torna “Roma” di Fellini: frammenti di vita in un film capitale

È il febbraio del 1972 e Fellini finisce il suo sedicesimo film (o quindicesimo e mezzo): Roma. Il quinto per il quale ha al suo fianco lo sceneggiatore Bernardino Zapponi, dopo che nel ’65 si è chiusa la stagione delle pellicole sceneggiate dal trio Fellini, Flaiano, Pinelli più l’apporto di Brunello Rondi.

Il film esce nelle sale il 16 marzo di quell’anno. Cinquant’anni di Roma, perciò. Il Fellini Museum di Rimini dedica oggi una intera giornata al film che precede di un solo anno la più amata e “coccolata” delle pellicole del regista: Amarcord, che come si fa a non sentirla “nostra”.

Eppure c’è Roma: un capolavoro. O quanto meno un film davvero “capitale”. Non abbastanza riconosciuto come tale. Quasi mai ricordato quando si citano i principali lavori del maestro. Ma attenzione: perché «Roma non è un omaggio affettuoso, un album di ricordi o una cartolina nostalgica» (non lo è in verità neppure Amarcord, seppure affettuoso), ci ricorda lo studioso Andrea Minuz nel suo libretto monografico Fellini, Roma (2020, Rubettino), che molto appropriatamente approfondisce temi, significati, genesi, costruzione e tanto altro (anche molte curiosità) sul film. Oggi Minuz sarà a Rimini per parlarne. Lo farà a inizio serata (ore 21, al Fulgor) per introdurre alla proiezione della pellicola. E nel pomeriggio (a partire dalle 17 sempre al Fulgor) insieme ad altri ospiti: Marco Bertozzi, Roy Menarini, Marina Vargau (docente Università di Montreal) e la scrittrice Elena Stancanelli, mentre a condurre l’incontro e a raccordare i diversi contributi penserà Laura Delli Colli.

Se con Amarcord Fellini ci fa accomodare amorevolmente, ci accoglie nel mondo scomparso e riordinato (o scombussolato e reinventato) dalla memoria, con i suoi riti, le sue stagioni, le sue innocue stravaganze o persino aberrazioni (il fascismo), in un racconto quasi fumetto, in Roma non ci sono fili narrativi, il film procede per frammenti, per salti temporali, per mescolanza di temi e visioni. È come la vita. È come la poetica felliniana che dalla metà degli anni Sessanta prende nuove strade rispetto a quelle già battute. Una poetica che si specchia nelle caratteristiche della città di Roma: «Ridondanza, stratificazione, splendore, teatralità, sgretolamento» ricordava Bertozzi in un saggio di alcuni anni fa.

Tra i memorabilia del film: la discesa negli scavi per la metropolitana e gli affreschi che crollano, il traffico del Raccordo anulare – la grande infrastruttura stradale romana, qui ricostruita a Cinecittà –, il defilé di moda dei vescovi, l’incontro con Anna Magnani, prefinale del film e ultima apparizione della grande attrice prima della morte. Il finale motociclistico notturno per le vie di Roma fino alla via Colombo che porta al mare.

Roma viene presentato nel maggio del 1972 fuori concorso al Festival di Cannes. L’accoglienza è buona, ma più che sul contenuto del film, leggiamo nel saggio di Minuz, l’attenzione vira sul manifesto promozionale. C’è raffigurata una ragazza nuda a carponi su un basamento, con tre mammelle penzoloni: chiara evocazione alla lupa capitolina. Una «orrenda distorsione dell’anatomia femminile» e una «offesa e un’umiliazione per tutte le donne» reagisce un gruppo di femministe. Così che Fellini fa la “prove” del suo incontro-scontro con l’ambiente femminista del decennio successivo, con La città delle donne.

L’immagine del manifesto si ispira alla figura dell’indossatrice nera Donyale Luna, che nel 1975 appare in una posa simile anche su Playboy.

Con la scrittrice Elena Stancanelli sarà occasione, quella di oggi pomeriggio, per dire cose «sull’immaginario maschile novecentesco» proprio a partire da Fellini. L’autrice del libro Il tuffatore (La Nave di Teseo, 2022) è del resto partita proprio dal regista riminese quando ha iniziato a lavorare al libro, incentrato sulla figura del ravennate Raoul Gardini. Dovendo e volendo approfondire «quella figura mitologica che è il maschio romagnolo, Fellini ne incarnava la perfezione» ci dice.

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