negozi sul mare (foto d'archivio)

Il lungomare, di questi giorni di maggio, desolatamente vuoto, forse lo ricordano solo i riminesi più anziani. Era un caldo maggio del 1944, Rimini subiva le incursioni aeree alleate dal 4 novembre. I riminesi rimasti in città erano 3mila su 40mila abitanti. Si tornerà alla normalità e inizierà la ricostruzione il 30 settembre del 1944, dopo 396 incursioni aeree e 15 bombardamenti navali.

l coronavirus crea lo stesso effetto delle incursioni aeree, mettendo a rischio la stagione turistica estiva. Lo hanno detto in tanti. Ma c’è un settore che rischia la pietra tombale: quella fila ininterrotta da Bellaria a Cattolica di negozi stagionali, per tre quarti a gestione familiare, di abbigliamento, bigiotteria, sandali e ciabatte di plastica, giochi da spiaggia, souvenir, sale gioco.
Nati dopo il boom dei grandi numeri degli anni Sessanta, rischiano, alla fine di questa stagione, di non alzare più le serrande. Dopo la strage dei negozi alimentari, è tutto il tratto mare che, prima o poi, dovrà fare i conti con meno turisti, una riduzione dei consumi e della durata media delle vacanze.
Già oggi si tratta di esercizi, gestiti anche da immigrati, che sopravvivono con un’attività modesta e margini di profitto a volte molto bassi, dove il negozio rappresenta spesso un’integrazione al reddito familiare.
RIQUALIFICARE O CHIUDERE
Quanti di questi esercizi commerciali sopravviveranno? Si tratta di un comparto che non ha cassa integrazione e, almeno fino ad oggi, poco o nessun incentivo, nessun sostegno. È un mondo di partite IVA che non si è mai interessato di paracaduti o ammortizzatori sociali ma che, almeno finora, spesso con sacrifici, ha mandato avanti la propria attività, già fuori mercato ben prima del coronavirus.
Lo aveva scritto nel 2005 Alberto Rossini, già direttore di Confcommercio Rimini, nel suo libro “La metamorfosi di Rimini” edito da Guaraldi. “Sappiamo che la richiesta commerciale del turista balneare ‘tipo’ è di livello medio-basso e quindi effettivamente c’è più di una difficoltà nel far ripartire una vera e propria strategia di qualificazione del commercio. Viceversa – continua Rossini – durante i mesi invernali, il turismo d’affari, delle fiere e dei congressi avrebbe probabilmente interesse ad una offerta commerciale di tipo diverso, più qualificata e sofisticata”. Ma servirebbero anche negozi più grandi, maggiore qualificazione del personale e del prodotto.
IL LASCIAR FARE, UNICO REGOLATORE?
Si dice spesso che una crisi può rappresentare un’opportunità. Ma i processi vanno governati, non subiti. In pochi settori come il commercio sulla linea del mare è prevalsa la logica del laissez-faire, nell’illusione che solo la libera competizione avrebbe regolato il mercato. La pandemia ha evidenziato problemi già esistenti. Dunque, giuste le richieste di contributi a fondo perduto, di una minore pressione fiscale e di un sostegno per il pagamento degli affitti, ma occorre anche una stagione delle scelte, dove sarà vincolante riqualificarsi (con tutte le forme di aiuto possibili) e dove occorrerà armonizzare un rinnovato sistema commerciale con il futuro Parco del Mare di Rimini. Insomma, gestire al meglio l’emergenza presente, ma progettare anche il futuro.

*giornalista

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