Tim Bowers: “Ecco perché ho scelto di non tornare negli Usa”

Tim Bowers: "Ecco perché ho scelto di non tornare negli Usa"


Tim Bowers, come sta vivendo questa emergenza Coronavirus lontano dalla casa?
«La situazione è molto difficile per tutti nel mondo attualmente. Stare lontano da casa e dalla famiglia è sempre difficile. Tuttavia, credo che in questo momento potrebbe essere nell’interesse di tutti rimanere lontani per limitare il contatto con gli altri».
Come si sta allenando e come passa il tempo?
«Non c’è molto che posso fare per quanto riguarda l’allenamento. Alcuni esercizi qui a casa come flessioni, body squat e allenamento “ab” per la maggior parte. Passa molto del mio tempo usando FaceTime con amici e parenti, leggendo o guardando film».
Come giudica il comportamento del governo e dei cittadini italiani di fronte all’emergenza?
«Penso che il governo italiano abbia fatto quello che doveva per contenere la situazione. Ora tocca alle persone essere responsabili e tenere conto degli effetti che il virus ha già avuto e ancora può avere. È un momento in cui non possiamo solo pensare a noi stessi ma anche alla salute degli altri. Insomma, restiamo a casa e restiamoci dentro».
Molti giocatori americani sono già tornati a casa per paura di rimanere bloccati qui. Perché lei ha deciso diversamente? E qual è la situazione negli Stati Uniti per i suoi familiari?
«Principalmente non sono tornato a casa per evitare di prendere il virus negli aeroporti e gli aerei, quando sei circondato da molte persone. Ho dei figli a casa che mi mancano molto, ma non vorrei mai metterli in pericolo solo perché volevo andarmene. Quindi in un certo senso mi sono sacrificato: resto bloccato qui per ora fino a quando vedrò come evolve la situazione fuori dagli Usa. Al momento i miei familiari stanno bene. Sto solo cercando di prepararli, per quanto è possibile. Aiuta il fatto di stare qui, dove posso esaminare ciò che potrebbero dover vivere presto i miei cari, in modo da dare loro alcuni suggerimenti su come comportarsi».
Cosa ne pensa del campionato di basket, ha senso completarlo?
«Secondo la mia sincera opinione il campionato oggi è l’ultima cosa alla quale la gente pensi. È un po’ difficile concentrarsi sul basket con tutto ciò che accade in Italia e nel resto del mondo. Ovviamente gli atleti vogliono giocare, ma chissà se ciò accadrà di nuovo quest’anno. Secondo me la Lnp dovrebbe chiarire la situazione, in modo che i giocatori e le squadre conoscano il proprio futuro, insomma se possono tornare a casa o restare qui e che i team capiscano come comportarsi con i contratti. Ci sono così tanti argomenti in ballo in questo momento che è difficile orientarsi, ma la Lnp ha il potere di rendere le decisioni di tutti gli altri un po’ meno complicate».
In una situazione sanitaria così difficile e all’estero, si sente mai solo o ha paura?
«Raramente mi sento solo. Gioco in Europa da parecchio tempo e mi sono abituato a stare e fare le cose da solo. Forse annoiato è la parola giusta. Solo perché non possono muovermi nel modo in cui sono abituato. Non ho assolutamente paura. Ho imparato molto tempo fa che puoi controllare solo ciò che puoi controllare. Ed è quello che cerco di fare, assicurandomi di fare la mia parte. Spero che tutti in tutto il mondo capiscano la gravità della situazione e facciano la propria parte individuale e possiamo farcela insieme. È proprio come il gioco del basket, nel senso che siamo tutti una squadra e se ogni persona fa la propria parte, allora possiamo vincere».

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