The Zen Circus sul palco del “Verucchio music festival”

«Siamo felici di suonare al “Verucchio music festival” stasera, 29 luglio. È sempre bellissimo tornare in Romagna, ci abbiamo passato momenti meravigliosi suonando in club e festival in tante città e paesi, abbiamo un legame forte con i romagnoli, per me sono come dei parenti, dei cugini».

È la simpatia contagiosa di Ufo (all’anagrafe Massimiliano Schiavelli, fondatore e bassista del gruppo) a raccontarci chi sono The Zen Circus che saliranno sul palco nella 37ª edizione del festival, oggi dalle 21.30 nella cornice di piazza Battaglini, sul sagrato della chiesa Collegiata.

Come e quando è nato il nuovo disco “L’ultima casa accogliente”?

«Sembra un super paradosso ma è nato in tempo di pandemia, nel 2020. Avevamo diverso materiale su cui ognuno di noi ha potuto lavorare in tutta calma. E poi grazie alle moderne tecnologie, le invenzioni telematiche e un software avveniristico siamo riuscirti a registrare l’album. Doveva essere presentato in grande stile a novembre ma a causa del covid lo abbiamo congelato ed eccolo ora tutto per voi. Un disco diverso dai precedenti e non può che essere così».

Fortuna che è uscito in sordina perché “L’ultima casa accogliente” è entrato direttamente al 7° posto degli album e al 4° posto dei vinili più venduti.

«Ne siamo contenti. Ora proviamo a suonarlo dal vivo in versione acustica e soprattutto cerchiamo di suonare come prima, non eravamo mai stati un anno e mezzo senza che accadesse…».

Ma come si lavora in gruppo?

«Il nucleo storico era composto da tre di noi, oggi siamo in 5: Appino voce e chitarra, Ufo al basso, Karim Qqru alla batteria più Francesco “il maestro” Pellegrini alla chitarra e Fabrizio “il geometra” Pagni a pianoforte e tastiere. E si decide in forma democratica assembleare, così si fa quello che dice la maggioranza qualificata. Andiamo d’amore e d’accordo ma ci piace la benzina della polemica. Nel tempo i processi decisionali si son fatti più rapidi grazie alla collaborazione collaudata, ma a volte siamo disgustati dalla troppa concordia!».

Perché vi siete date questo nome?

«Zen era uno spin off e un’ispirazione dovuta ai Nirvana, ma c’era già un gruppo di Roma con questo nome, allora decidemmo di aggiungere Circus. Per noi era perfetto, perché a quel tempo eravamo artisti di strada come i circensi».

Direi che vi ha portato fortuna. Nel frattempo avete anche scelto di utilizzare maggiormente la lingua italiana. Perché?

«È stata una scelta progressiva. All’inizio desideravamo sprovincializzarci, non volevamo mescolarci con il rock italiano e utilizzavamo l’inglese, però alcuni nostri album erano multilingue, cioè ci piaceva l’idea di utilizzarne diverse. Poi col tempo abbiamo fatto pace col nostro idioma e la diffidenza degli inizi è scomparsa. E poiché c’era in noi un grande amore per il cantautorato storico italiano, abbiamo provato e visto che i pezzi nella nostra lingua avevano una maggiore empatia e creavano un ponte col pubblico. Così ci siamo affrancati dalla voglia di sprovincializzarci e abbiamo affrontato in italiano discorsi compiuti forse anche più convincenti!».

Di voi si dice che avete riportato lo spirito del folk e del punk al moderno cantautorato, soprattutto dal disco spartiacque “Andate tutti affanculo” (2009), che “Rolling Stone” ha collocato tra i migliori 100 album italiani di tutti i tempi. Ma voi come vi definite?

«Un gruppo “vock”, cioè una band che è un ponte tra il rock e la canzone cantautorale».

Sul vostro romanzo cosa dire? Come mai ci avete pensato?

«“Andate tutti affanculo” è nato dal fatto che ci trovavamo spesso a raccontare le nostre storie e sono tanti e tali gli aneddoti che molti ci dicevano: dovreste farne un libro. Così è nato questo romanzo di formazione, picaresco, grazie all’aiuto di Marco Amerighi, il vero narratore della situazione».

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