RIMINI. Giovanni di Lorenzo è il direttore del settimanale tedesco Die Zeit. In Italia il Covid-19 è diventato una emergenza prima che in Germania. Qual è la sua sensazione su come è stato affrontato? Non chiediamo una pagella, ma un punto di vista.
«Non vivo in Italia e non sarebbe intelligente da parte mia stilare giudizi o criticare quanto è stato attuato. Nessuno ha il diritto di dire “avete fatto male”. I provvedimenti assunti sono la ragione per cui altri Paesi si sono poi mossi con severità nei confronti di questa tragedia che colpisce soprattutto le persone anziane. Io stesso ho una lontana parente ricoverata all’ospedale di Rimini e si può quindi immaginare quanto sia vicino alle persone in Italia».
Quando si parla di Germania, si evidenzia spesso un fatto: molti contagi e in proporzione pochi morti.
«È una differenza fra Italia e Germania che mi viene fatta notare spesso. In questo momento in Germania abbiamo 100mila contagi e 1.600 decessi, vuol dire che le persone positive registrate sono un numero maggiore rispetto all’Italia. Solo nell’ultima settimana sono stati effettuati 500mila tamponi e l’obiettivo è farne altrettanti in un giorno. In Italia invece il tampone è stato dedicato solo ai sintomatici e secondo le stime ci possono essere 700mila positivi non registrati, che continuano a contagiare altre persone».
Questione “coronabond”. Il premier Conte continua a indicarli come la strada migliore per aiutare le nazioni europee da un punto di vista economico e Angela Merkel non è d’accordo. Come pensa potrà finire?
«Ci tengo a sottolineare un aspetto. In Germania la partecipazione della gente alle difficoltà dell’Italia è enorme. Recentemente ho partecipato a una trasmissione televisiva e quando si è parlato di Italia e di quanto sta accadendo a Brescia e a Bergamo, i collaboratori in studio piangevano. E anche il governo non ha una posizione contraria all’Italia».
Nella case degli italiani arriva esattamente l’opposto.
«Stiamo assistendo a uno scontro fra due posizioni: se i bond sono la risposta giusta o se invece è meglio un’altra forma di aiuto. L’Italia ha bisogno di aiuti non solo per motivi umanitari, ma perché se crolla l’Italia va giù tutto il sistema europeo. È necessario definire lo strumento che troverà l’ok di tutti i paesi».
Qual è la sua previsione?
«L’aiuto ci sarà, ma si cambierà la parola. Su quel termine, coronabond, lo scontro è troppo aspro».
“Bild” ha dedicato una pagina di sostegno all’Italia e la stampa italiana l’ha considerata una mossa ipocrita, forse perché il tabloid tedesco in genere non è tenero con l’Italia e la riviera romagnola. Lei pensa sia così o è un sentimento sincero?
«Nessuno in questo momento in Germania prende in giro o commenta con leggerezza la situazione italiana. In ambito politico esiste la paura che un sostegno economico possa venire strumentalizzato dalla destra con una propaganda: dopo la Grecia, l’Italia e la Spagna, paghiamo per errori non legati all’emergenza coronavirus».
Rimini e la riviera romagnola vivono di turismo, lei prevede che nel giro di qualche mese si potrà iniziare a viaggiare? I tedeschi torneranno?
«Non lo so, è tutto imprevedibile e non sarebbe serio da parte mia prevedere cosa succederà questa estate. Certo è che anche se si attenuano i contagi, i tedeschi avranno paura ad andare all’estero, i tedeschi amano viaggiare e amano l’Italia, ma la maggior parte delle persone si è contagiata in Italia e in Austria».
Lei verrà?
«Con tutto il cuore, appena possibile, ho parenti ai quali voglio un gran bene. Non vedo l’ora di mangiare una grigliata di pesce in viale Valturio dove c’è ancora la casa dei miei nonni».

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