Tecnologia e forza lavoro giovane le armi vincenti contro la Brexit

Quelli che erano nati come artigiani del ferro specializzati in cancelli, aratri e ringhiere hanno saputo aggiornarsi e plasmarsi nel tempo ai nuovi bisogni della società, tanto che oggi quando si scrive Focchi Spa, alle varie latitudini e longitudini si legge “sarti di grattacieli su misura” nei vari continenti del Pianeta. La storia di famiglia e made in Italy ha conquistato il mondo con creatività tricolore e qualità e rigore nel dettaglio dal respiro internazionale e dalla casa madre in Romagna ha trovato… casa un po’ ovunque. Oltre Manica in primis, tanto che il Regno Unito può essere considerato a pieno titolo una sorta di seconda casa. Chi dunque meglio del Gruppo presieduto dal Ceo Maurizio Focchi (affiancato dal fratello Paolo) per prendere in esame i riflessi della temuta Brexit entrata ufficialmente in vigore alla vigilia del Natale 2020? Se ne fa portavoce la Senior Hr Manager Paola Arcangeli. Per dirla all’italiana, la responsabile delle risorse umane, figura ideale per una disamina a 360 gradi che non può non tener conto anche della pandemia da Covid-19.

L’Inghilterra è da sempre uno dei segmenti principali della vostra attività e vi lavorate da oltre 25 anni, cosa cambia ora?

«Da un punto di vista strettamente operativo la Brexit è stata indubbiamente un problema e abbiamo dovuto adeguarci. Lo abbiamo fatto e bene, tanto che dal 1° gennaio i camion sono partiti e siamo riusciti a passare indenni le dogane. Il nostro settore amministrazione si è dovuto adeguare, ha raccolto informazioni attraverso tantissime fonti (da Confindustria ai nostri account anglosassoni), e abbiamo recentemente ottenuto l’autorizzazione dalle Dogane per diventare tecnicamente “luogo approvato”, avvalendoci di un centro di assistenza doganale presente sul territorio. Sono stati messi in pista tante competenze e un progetto di implementazione di un sistema di videosorveglianza ad hoc. Questo ci permette di espletare e velocizzare tutte le pratiche di sdoganamento. La tecnologia per fortuna aiuta e la nostra popolazione aziendale piuttosto giovane ci dà una bella spinta. Dopo l’ingresso di un ulteriore centinaio di dipendenti avvenuto negli ultimi quattro anni, abbiamo ben 80 delle 260 persone che lavorano per noi di età inferiore ai 30 anni (nello stesso periodo il fatturato cresciuto da 40 a 127 milioni di euro) e a proposito della Brexit possiamo concludere che la fase di rodaggio si è oramai ultimata e abbiamo ripreso la piena operatività».

Un paio di anni fa, a inizio fase di transizione il dottor Focchi paventava il rischio di un rallentamento degli investimenti a causa dell’incertezza politica. Soprattutto su Londra per i costi sostenuti della capitale, evidenziando però un bel decentramento su Manchester, Liverpool e Birmingham. Il Coronavirus ha spazzato via tutte le previsioni o questo sviluppo prosegue?

«Sicuramente la pandemia ha accentuato l’incertezza, ma questo decentramento è proseguito e il nord, in primis Manchester, si dimostra un mercato frizzante e molto foriero di offerte. Soprattutto per il settore residenziale. In questo momento stiamo comunque affrontando due lavori importantissimi anche a Londra: il primo è il ‘The Cube’ di Renzo Piano a Paddington ed in estate andremo in cantiere con il più grosso immobile della storia di Focchi, il 40 Leadenhall Street noto anche come “Gotham City”. Abbiamo iniziato con la progettazione da un anno e ci stiamo preparando a costruire le prime cellule: sarà un’altra icona dello skyline londinese».

Il grande progetto ribattezzato ex Scotland Yard si è concluso?

«Finirà questa estate, il The Broadway. Nei mesi iniziali della pandemia, il problema è stato che il Covid aveva impattato molto più in Italia che a Londra, la nostra sede principale era quasi chiusa mentre i cantieri britannici erano aperti: riuscivamo quindi solo a spedire il costruito, con grossi rischi per le penali molto importanti in Edilizia perché di fatto l’Inghilterra non ha mai chiuso. Ma alla fine abbiamo sempre lavorato, nonostante l’altalena dei restringimenti non aiuti: oltre Manica il lockdown è ripartito a dicembre e adesso stanno riaprendo mentre noi andiamo in zona rossa, pur con le aziende aperte».

Come vi siete organizzati con questa terza ondata?

«Abbiamo un Comitato Covid interno che si riunisce periodicamente e un suo settore Operativo che presiedo che monitora costantemente tutta la popolazione aziendale: abbiamo un sistema di tracciamento che precede anche l’Ausl e già con la sola segnalazione di febbre partiamo con sanificazioni e tamponi per tutti i colleghi anche a basso rischio. Prima ancora appunto del molecolare dell’Azienda Sanitaria. Abbiamo predisposto plexiglas, sanificatori, gel, riorganizzato completamente il locale refettorio e facciamo campagne di tamponi rapidi ciclicamente. L’ultima la scorsa settimana. I lavoratori fragili sono stati invece messi in smart working da quando siamo in arancione scuro, anche se non è stato facile convincerli a lavorare da casa».

Il personale nella City è già stato vaccinato? Lo saranno anche gli italiani impiegati nel Regno Unito?

«L’Inghilterra vaccina tutti, anche i lavoratori stranieri, ma non sono ancora arrivati nella nostra fascia d’età visto che quella media in azienda è sui 40 anni. Il Governo ha annunciato che a luglio apriranno i vaccini a tutti quelli che vogliono sottoporvisi e i nostri ragazzi sono pronti. Molti stanno là un anno per fare formazione in cantiere, ma tanti sono oramai diventati praticamente inglesi. Nel frattempo, con i primi 17 milioni di vaccinati, mi dicono che la vita sta tornando a una quotidianità quasi ordinaria: la Dad è stata attivata a Natale e proprio da lunedì 15 marzo hanno riaperto le scuole e si respira una certa sicurezza. C’è stato un momento in cui Londra era deserta, ora ci sono segnali concreti di un ritorno alla normalità».

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