Tartufai in Romagna nel rispetto dell’ambiente

Andare a caccia di tartufi vuol dire vivere nella natura e rispettare l’ambiente. Il Parco del Delta del Po, insieme ad Arci Tartufi Ferrara e all’associazione Tartufai Ravenna, sta dando vita a Comacchio a un corso di ricerca e raccolta del tartufo nel parco. Perché, come spiega Antonio Marchetti, presidente dell’Arci Tartufi, «l’Emilia-Romagna ne è un territorio vocato ed è questo un modo per rispettare l’ambiente». Il percorso formativo, già partito, prevede tre giorni di incontri e confronto sul mondo di questi particolari funghi ipogei. Marchetti è un cercatore di tartufi per diletto. Lo fa insieme a Melo, il suo cane. È un lagotto romagnolo di 11 anni che si diverte con lui, in questo modo, da quando è nato.

Presidente, come nasce l’iniziativa del corso?

«Tutto parte da una richiesta fatta dal Parco Delta del Po. Noi con loro abbiamo un progetto per verificare la presenza del tartufo bianchetto nel territorio. Con il Parco censiamo in alcune pinete la presenza del fungo ipogeo».

Quanti tartufi ci sono in Emilia-Romagna?

«In Regione troviamo tutte le diverse tipologie di tartufo riconosciute come commestibili dalla legislazione italiana: sono nove. Due sono bianche: il più famoso è il tartufo bianco di Alba o Acqualagna (il Tuber magnatum Pico). L’altro è il Tuber Borchii, conosciuto come il Marzuolo o bianchetto. Poi ce ne sono altri sette neri. Il più conosciuto è il Tuber Melanosporum, noto anche come ‘nero pregiato’ di Norcia e Spoleto, conosciuto in Francia come Truffle du Perigord. Poi c’è anche lo scorzone, il Tuber aestivum, il Tuber Macrosporum (detto comunemente ‘nero liscio’, di piccole dimensioni e molto diffilcile da trovare), l’Unicinatum (una variazione dell’Aestivum che si ritrova anche nella sua varietà Moschatum). L’ultimo ammesso in commercio, è il nero semplice o di Bagnoli, il Tuber Mesentericum.

C’è una Regione più ricca di tartufi di altre?

«In questo momento la Regione che fa più tartufo bianco pregiato è il Molise perché lì è stato scoperto solo di recente, negli ultimi venti anni. Ci sono molti boschi, ma nessuno andava a prenderli».

Dove si trovano i tartufi?

«Per crescere hanno sempre bisogno di una pianta, detta ‘simbionte’. Il tartufo è un fungo ipogeo che ha questa capacità di scambiarsi nutrienti con l’albero che lo ospita. E predilige alcuni alberi: querce, roveri, roverelle, lecci, carpini, pioppi, tigli, salici, cornioli, ma anche i pini marittimi. Cervia, per esempio, con le sue pinete è un territorio dove il tartufo bianchetto è fortemente presente».

È solo una questione di piante?

«No. Ogni tartufo ha bisogno di determinate caratteristiche di terreno. Il bianco, per esempio, preferisce terreni umidi, senza acqua stagnante. Il nero ama quelli più freschi. Il bianchetto cresce anche su terreni più ‘sciolti’, come quelli fatti di sabbia».

Quando si possono raccogliere i tartufi?

«C’è un calendario nazionale che ha un differenze Regione per Regione. Bisogna stare attenti anche agli orari: in Piemonte e Lombardia la raccolta si fa H24. In Emilia-Romagna può avvenire solo dall’alba al tramonto. La motivazione è legata a ragioni culturali: in Piemonte raccoglievano i tartufi i cittadini meno abbienti per arrotondare le proprie entrate. La cerca è sempre stata concepita come aiuto al reddito familiare. E questa cultura è rimasta così. Per raccoglierli ci vuole un tesserino specifico: la Regione organizza corsi, provincia per provincia».

C’è un cane migliore di altri per cercare tartufi?

«Un tempo si usava il maiale, ora non lo si fa più da tempo perché era dannoso per la tartufaia durante la ricerca. Il cane è più ‘leggero da gestire’ e le buche sono più contenute. Qualsiasi esemplare è adatto alla ricerca, basta addestrarli adeguatamente. Per loro è un gioco. Ci sono però cani più adatti di altri, come i bracchi, i segugi o i lagotti romagnoli».

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